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UN COMUNE ALLA VOLTA: Roccabernarda.


“Benvenuti nella città della musica”. Accoglie così la cartellonistica chi arriva nel comune di Roccabernarda. Oltre alla passione della sua popolazione per l’agricoltura, in pratica non c’è una famiglia che non abbia cura di un appezzamento terriero o di, almeno un orto, è proprio la passione per la musica lo “spiritus loci” la caratteristica del centro del Marchesato crotonese. Per rendersi conto di questo, oltre che pensare ai numerosi musicisti che nel corso degli anni si sono diplomati nei vari conservatori, basta pensare al complesso bandistico attualmente diretto dal maestro Raffaele Calzone in cui negli ultimi lustri si sono sommate le due bande cittadine divenendo una realtà musicalmente importante non solo nel Marchesato crotonese. La storia della cittadina, un tempo chiamata Rocca di Tacina, si perde nella notte dei tempi. I ritrovamenti archeologici sono stati sporadici e casuali. Una lastra fittile, decorata a bassorilievo con una testa di un giovane, erroneamente interpretato come Dioniso, è esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone. Importante è anche il complesso di età romana ed alto medioevale di Serrarossa, lungo la valle del Tacina Nelle adiacenze sorgono pochi ruderi attribuiti al monastero di San Pietro in Niffi. Alcune grotte artificiali, dette "di Vitale", poste lungo il fiume Tacina, sono ipotizzate essere il romitorio dove San Vitale di Castronovo (X secolo) trascorse due anni di ritorno da un pellegrinaggio a Roma. Una delle tante ipotesi sull'origine del nome Roccabernarda potrebbe riguardare la figura del cavaliere Bernardo del Carpio, un eroe leggendario spagnolo che a Roncisvalle avrebbe vinto una battaglia contro Orlando oltre che essere un nipote illegittimo di Alfonso II che si fece capo dell'indignazione popolare per la presunta cessione del regno fatta dallo stesso Alfonso a Carlo Magno. Giunto in Calabria,secondo la leggenda, dopo aver conquistato il paese facendone costruire le prime mura di cinta. Ai nostri giorni nostri i monumenti più antichi di cui si possono vedere solo dei sostanziosi reste sono il castello ed il convento di San Francesco da Paola.

Secondo le fonti storiche, era il 1539 quando i frati Minimi, figuli spirituali di San Francesco da Paola, fondarono Nella cittadina del Marchesato crotonese un proprio convento. “L’antico convento posto sulla sommità che domina Roccabernarda – ha scritto Anna Marzia Gentile nel n° 5 (2008) Il CalabrOne” periodico di promozione e cultura calabrese - il cui nucleo abitativo è riconoscibile nella rupe monolitica che si erge lungo il corso del fiume Tacina, si trova oggi allo stato di rudere. E’ formato dalla chiesa a navata unica che si sviluppa in senso longitudinale, conclusa dal presbiterio a pianta quadrata sormontato da cupola emisferica e dagli ambienti conventuali, posti ad occidente della navata ed organizzati attorno ad un ampio chiostro porticato. L’insieme forma un vasto quadrilatero, dal cui perimetro un consistente avancorpo

sull’angolo sud ovest e, all’opposto estremo nord occidentale, un corpo cilindrico turriforme. La coerenza e la regolarità dell’impianto generale e i caratteri linguistici dei superstiti apparati decorativi del presbiterio, evidenziano una raffinata cultura cinquecentesca e classicista”. Lo stesso è collegato alla figura per alcuni aspetti leggendaria di padre Giovanni Cadurio fra i primi seguaci di San Francesco da Paola ed addirittura fra quelli che attraversarono con l’Eremita paolano lo Stretto di Messina sul mantello. Al momento in cui Cadurio conobbe san Francesco era un giovane sacerdote che, come racconta padre Giuseppe Roberti, si era allontanato dalla castità richiesta ai consacrati e viveva con una compagna “Un Giorno – ha scritto Franco Filottete Rizza nello stesso numero della rivista – durante una visita a Spezzano di colei che aveva devastato il suo cuore con l’insano affetto, il giovane si trovò di passaggio per il convento dei frati Minimi. Il frate portinaio avvertito da san Francesco da Paola che, per disegno divino aveva conosciuto lo stato della sua coscienza, lo fece entrare rinchiudendolo, poi, in una cela. Dopo vari giorni che il rinchiuso, tra grida e proteste, chiedeva di essere liberato, gli si presentò il Santo Calabrese. Questi, con tenera benevolenza, lo esortò ”fratello, uccidente per carità questo serpente velenoso che vi strazia il cuore”. Al cospetto del Servo di Dio, il giovane peccatore scoppiò in pianto e, postosi ai suoi piedi, chiese di indossare il saio dei Frati Minimi”. Alla conversione seguì un intenso legame con san Francesco da Paola che lo ebbe in Francia fra i compagni che lo accompagnarono presso la corte di Luigi XI. In un proprio articolo su “Siberene” (novembre 1916), rivista dell’arcidiocesi di Santa Severina, mons. Carmelo Pujia racconta una tradizione secondo cui il Taumaturgo paolano non avrebbe resuscitare il Monarca francese. Morto da alcun minuti Luigi XI, mentre con alti era al suo capezzale san Francesco chiese a padre Cadurio di porre sul capo cadavere il proprio cappuccio, ma il frate si rifiutò. Probabilmente, san Francesco riconobbe nella disubbidienza del confratello la volontà di Dio di non risuscitare il Re e si astenne dal miracolarlo ma, per punizione, rimandò in Calabria frate Cadurio temendo forse per la sua vita. A testimoniare l’importanza di Roccabernarda nel Marchesato crotonese la storia della sua fiera di Mulerà il cui appuntamento è uno dei più importanti nell’ Entroterra del medio Jonio calabrese. “Sia per il clima sia per le attività svolte dai suoi abitanti – scriveva Raffaele Calzone qualche anno fa nel proprio saggio storico sulla banda “Francesco Cilea” – è stata ed è ancora oggi un centro prevalentemente agricolo. Il passato lontano, ma anche quello recente è stato strettamente legato alle vicende storico politiche del Marchesato di Crotone e dell’intero Regno borbonico. In altri termini, la storia di Roccabernarda è principalmente storia di contadini, di massari, di latifondisti, di signori feudali”. Lo storico ed archivista Andrea Pesavento, cui si deve il recupero dell’Archivio storico e la pubblicazione di numerosi suoi documenti anche nella grande rete, relativamente alla fiera di Mulerà la collega ad una chiesa rurale esistente almeno dal 1500, quella di Santa Maria de Mulerà. “Il capitolo di Santa Severina – osserva – la possedeva ancora all’inizio del Seicento, quando l’arcidiacono e vicario di quella chiesa, Prospero Leone, la visitò il 15 giugno 1610 ed annotò che mancava di ornamenti e l’altare era spoglio. Allora aveva l’immagine della Natività della Beata Vergine dipinta su tela e decentemente conservata. Nel 1634 – aggiunge – l’abbazia di Santa Maria de Molerà Vecchio apparteneva ancora al capitolo di Santa Severina, che ne era rettore e commendatario. Per tale motivo, trovandosi in diocesi di Santa Severina, doveva prestare obbedienza e offrire “jura cathedratici” all’arcivescovo Fausto Caffarello. Il cattedratico era stabilito in un porco o in venti carlini; quest’ultimi furono versati il 28 maggio 1634 durante il sinodo dal canonico Antonino Carpenterio”. Dalla metà del 1500, continua lo Storico sorse sempre a Roccabernarda, ancora in località Mulerà un’altra chiesa dedicata alla natività della Madonna e nei pressi di questa si spostò la stessa fiera che si svolgeva l’ 8 settembre in occorrenza della commemorazione della nascita della Madonna. “Da alcuni documenti, riferiti al regno di Alfonso d’Aragona – aggiunge Pesavento – sappiamo che spettava al re nominare il maestro della fiera, il quale prendeva in consegna lo stendardo reale che inalberava e custodiva per tutto il tempo della fiera. Per tutta la durata del mercato egli godeva di privilegi, entrate ed immunità, amministrava la giurisdizione civile, criminale e mista, senza il suo permesso non si poteva né vendere, né portare armi di qualsiasi tipo, manteneva l’ordine e vigilava sui prezzi, sulle frodi e sul contrabbando”.“Durante il periodo aragonese e nei primi decenni del Viceregno – aggiunge – è documentata l’importanza della fiera non solo per tutti gli abitanti del “Marchesato” ma anche per quelli dei casali silani. L’otto settembre 1480 il regio mastro della fiera di Mulerà, Luca de Modio, faceva delle concessioni agli abitanti dei casali di Cosenza, che partecipavano al mercato e alla fiera di Mulerà, esentandoli da alcuni pagamenti. Circa cinquant’anni dopo, il 7 dicembre 1528, Il mastro giurato ed il sindaco di Scigliano, presentando tale privilegio, chiederanno che sia osservato”.

Francesco Rizza

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