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UN COMUNE ALLA VOLTA: Cerenzia.



A settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, aspetta ancora di essere conosciuto particolarmente dai Calabresi l’intenso rapporto che legò il sommo Vate della letteratura italiana e la nostra Regione. Un rapporto nato dagli approfondimenti del Vate fiorentino delle opere e della spiritualità di Gioacchino da Fiore, fondatore dell’Ordine florense e fra i maggiori pensatori dell?Europa medievale che nacque e visse gran parte della propria vita sull’ Altopiano Silano. “Trait d’union” fra Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri il “Liber figurarum” di Gioacchino da Fiore che Giuseppe Succurro, presidente del Centro internazionale di studi giaocchimiti definisce “la più importante opera di teologia figurativa dell’alto Medioevo” e “l’espressione più alta della simbologia giacchimita”. I codici del “Liber” furono ritrovati a Reggio Emilia alla vigilia della seconda guerra mondiale. “Ciò che non riusciamo a dire come si conviene con le parole – scriveva lo stesso Gioacchino – possiamo almeno introdurlo tramite le figure esposte”. La stessa opera è molto di più di una raccolta di immagini in cui il Frate calabrese spiegava il proprio pensiero ma molto di più. E’ un supplemento che, con precisione fotografica, racchiude come scrive Succurro “le strutture portanti e l’immaginazione caleidoscopica del pensiero del fondatore dell’Ordine florense”. Fra le immagini gioachimite che affiorano nella “Divina Commedia” dantesca, la figura del Veltro liberatore ed innovatore della Chiesa e della società cristiana citato nel primo canto dell’Inferno; il simbolismo di Beatrice descritta nei canti XXI e XXX del purgatorio come un’innovata “Ecclesia spiritualis”; l’enigma dei Cinquecento Dieci e Cinque (DUX) che come fece il personaggio biblico Zorobabel, proprio nel 515 a.C., avrebbe liberato la Chiesa dalla “nuova Babilonia” che affiora nel XXXIII canto del Purgatorio; la visione della “Candida Rosa” in cui , nel XXXI canto del Paradiso è facile riconoscere sia la simmetria e la gerarchia del “Salterio decacorde” che il “Liber figurarum” ed i Cerchi trinitari che, nel trentatreesimo canto della stessa Cantica, descrivono l’ordinamento dello stesso Paradiso. Se dalla storia si passa alle leggende, estremamente affascinante appare il pensiero dello storico cosentino Coriolano Martirano che al rapporto fra la Calabria e Dante dedicò il proprio romanzo storico “Il Luogo delle Anime” edito da Pellegrini nel 2012. A detta di Martirano, addirittura, Dante Alighieri non solo avrebbe vissuto parte della propria vita a Cerenzia, affascinante borgo della Sila crotonese, ma vi avrebbe trovato l’ispirazione per la sua “Divina Commedia”. A ben vedere, il rapporto fra Dante Alighieri e la Calabria è più intenso di quello che potrebbe sembrare. Oltre agli influssi nel pensiero teologico dantesco del Poeta fiorentino di Gioacchino da Fiore, “lo calavrese di spirito profetico dotato” così descritto rive nella cantica del “Paradiso” nel 2012 è stato edito dalla casa editrice Pellegrini di Cosenza un romanzo storico di Coriolano Martirano, “Il Luogo delle Anime”, nel quale veniva descritto un viaggio di Dante nella Sila ed a Carenza (Kr). Acerenthia, Acherontia o Geruntia. Sul suo nome e sulle sue origini storia e leggenda si confondono, conferendole un particolare fascino di mistero. Fondata secondo alcuni dagli Enotri, secondo altri dal mitico Filottete, l’urbe era cinta da altissime mura naturali e dominava, così come domina tuttora, la vallata del fiume Lese, un tempo forse chiamato Acheronte, da cui ne deriverebbe l’etimologia. A sentire Martirano, il “Padre della lingua italiana” avrebbe trascorso proprio nella cittadina calabrese parte del proprio esilio, presso uno dei tanti monasteri cistercensi andati distrutti nel corso dei secoli presso il quale si erano rifugiati alcuni Templari per sfuggire al Papa ed al Re di Francia che proprio non gradivano le loro posizioni. La storia certa racconta di una presenza del Vate fiorentino a Napoli presso la Corte angioina da dove, questa la fabula narrata da Martirano, avrebbe raggiunto Cosenza e Cerenzia affiancando l’ allora vescovo di Siena che proprio a Cerenzia avrebbe accettato il priorato del citato monastero cistercense allora famoso per la sua biblioteca che, come racconta Coriolano Martirano, nascondeva parte dell’ archivio del Tempio di Gerusalemme portato in Italia dall’ imperatore romano Tiberio. Evidentemente una leggenda da investire per quella promozione territoriale in cui la Calabria, sino ad oggi, non ha investito abbastanza per attirare ed affabulare turisti e visitatori da attrarre non solo con decine di sagre delle patate o della sardella, ma con percorsi culturali alla riscoperta di pagine belle della nostra storia regionale. Quello che storicamente è certo è il rapporto fra Cerenzia e Gioacchino da Fiore, non solo per la presenza di Monaci florensi nel borgo della Sila crotonese ma particolarmente perché fu un gerundino il primo successore di Gioacchino a guida della sua Comunità monastica: Matteo, discepolo di Gioacchino gli succedette nel 1202 come abate dell’Abazia florense e la resse con fama di virtù per 32 anni. Nel 1234 assunse il vescovato di Cerenzia e per un certo numero di anni amministrò la diocesi piamente e con uno sforzo lodevole. Morì nella stessa ed il suo nome è annoverato fra quello dei Beati calabrese”. Queste le brevi ma significative righe che l’Ughelli dedicò al beato Matteo Vitari (o Venneri) che secondo la tradizione nacque a Cerenzia e vi passò la propria fanciullezza prima di entrare nell’Ordine cistercense dove conobbe Gioacchino da Fiore subendone ben presto il fascino e seguendolo nella Congregazione florense. Nonostante siano poche le informazioni che è possibile reperire su questa figura di frate, la sua importanza per Cerenzia, il suo circondario e per l’Ordine florense fu davvero ampia. “Negli anni compresi fra il 1202 ed il 1234, l’Ordine guidato da Matteo – scrive Valeria De Fraja stilando nel 2005 la voce “Florensi” nella versione online della Treccani – si diffuse anche al di fuori della Calabria: inizialmente nel Lazio meridionale, ai confini con il Regno di Sicilia, grazie alla fondazione del monastero di S. Angelo del Mirteto, presso Ninfa. Da questo cenobio dipendevano le abbazie, riformate dai Florensi nel periodo 1220 1225, della Campania nella zona della Penisola sorrentina: il monastero di S. Michele Arcangelo di Revigliano, tra Castellammare e Torre Annunziata, quello di S. Renato di Sorrento e quello di S. Marina della Stella, presso Maiori. Si tratta di fondazioni che godettero dell’appoggio e della benevolenza dell’imperatore Federico, che in diverse occasioni ne accrebbe e ne difese le proprietà”.

. Francesco Rizza

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