UN COMUNE ALLA VOLTA : Carfizzi




La Calabria ed il Crotonese non furono sempre patria di emigranti. Fu nel XV secolo che nell'aria ancora oggi chiamata "Arberia crotonese" vari nuclei familiari di origine albanese si stanzarono fra i territori di Carfizzi, Pallagorio e San Nicola dell'Alto. I capofamiglia erano dei soldati mercenari che, guidati da Sandberg, erano arrivati nel Meridione italiano per supportare gli Aragonesi contro gli Angioini. A distanza di qualche lustro, quando il 29 maggio 1453 i Turchi entrarono a Bisanzio e finirono di occupare l'impero romano d'Occidente di cui anche l'Albania faceva parte, anche la popolazione arbereshe aumentò sostanzialmente. A pochi anni di distanza, quando la diocesi di Umbriatico era guidata da mons. Giuseppe Cesare Foggia al tempo del Concilio Tridentino, lo stesso prelato lamentava il ritorno del Culto greco nella sua diocesi. Fra il 1622 ed il 1623 la stessa problematica investì mons. Benedetto Vaez tanto che si registrarono, fra le due parti, degli scontri armati. Ai giorni nostri, come scrive Anna Russano Cotrone, Carfizzi "occupa una ridente collina e conserva alcune piacevoli abitazioni in pietra a vista con "vote" e contrafforti d'epoca, ma nessun palazzo degno di nota per impianto ed articolazione architettonica. In compenso, parti delle strade sono sono state rifatte in pietra con piacevole effetto". Nello speciale numero 12 (2012) de "Il CalabrOne" dedicato all'Arberia crotonese, Carmine Gentile descrivendo la nascita del borgo evidenzia come "che in un primo tempo gli Albanesi abbiano trovato asilo a Santa Venera lo dimostrerebbe un particolare molto significativo: quando essi fissarono stabile dimora a Carfizzi, ne affidarono la protezione a Santa Veneranda, eponima della vecchia contrada. Fino al 1536 Carfizzi rimase infeudata alla famiglia Morano, già titolare del feudo di Santa Venera. Estinta la discendenza dei Morano di Catanzaro, baroni di Carfizzi, don Maurizio Moles, marito di donna Aura Morano, passava la terra ed il feudo a Orazio Sersale". Ancora ai nostri giorni, comunque, la chiesa di Santa Veneranda ha un particolare fascino nonostante gli ultimi restauri le abbiano dato un aspetto moderno, tanto che nulla delle antiche strutture architettoniche è rimasto dell'antica chiesa tardo barocca. Il suo interno è a tre navate e pilastri con sagrato e interno a marmi moderni. Maria Ciaiciaruso ne "Il Calabrone" evidenzia che la coha, l'abito tradizionale di Carfizzi, si distingue dagli altri abiti dell'Arberia che sono molto colorati. La coha, invece, è nera. Solo la sottoveste chiamata kamizoha. ha un colore vivace. "è costituito da un corpetto e un gonnellone e veniva indossato con un camice bianco di sotto e un fazzoletto sopra la testa. A Carfizzi, però - aggiunge la Ciaiciaruso - non ci sono esemplari di antichi abiti, perché questo veniva confezionato per ogni donna e l'accompagnava il giorno del matrimonio e quello dell'ultimo viaggio". Orgoglio calabrese è originario proprio di Carfizzi uno dei maggiori scrittori calabresi: Carmine Abate. Porta i baffi ed ha un colore olivastro, molto comune in questo angolo del Sud. Dopo gli studi universitari a Bari si è trasferito in Germania dove ha insegnato Italiano ed attualmente vive in Trentino. Nonostante viva in zone molto lontane da Carfizzi che in un suo romanzo ha chiamato "Hora" la Calabria ed il Crotonese sono i personaggi principali dei suoi romanzi come lo furono anche della sua prima pubblicazione, un'inchiesta intitolata "I Germanesi". Fortemente legato a quelle "identità multiple", Carmine Abate ha un suo stile personale legato ad una coralità che, come osserva Francesco Stumpo, "si serve spesso della metafora musicale per facilitare al lettore l'intima ed ampia comprensione della cultura arberreshe".

Francesco Rizza

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