Triduo di San Giuseppe al via a Petilia Policastro. Aspettando tempi migliori.




Festa di San Giuseppe in forma ridotta a Petilia Policastro a causa del Covid, con la speranza che sia l’ultimo appuntamento parzialmente ridotto a causa del covid per il quale, sino al 31 marzo, permane lo stato di emergenza. A precedere la festa del 19 marzo, al posto del tradizionale novenario, un triduo di preparazione nella chiesa dell’Annunziata curato da don Giuseppe Marra, vicario episcopale e responsabile della stessa parrocchia. Sospesa, anche quest’anno oltre che la processione, la tradizione de ‘u mmitu’ che prima della pandemia aveva raggiunto livelli importanti dopo essere stata ripristinata dalla associazione ‘Natess’. Quella de ‘u mmitu’, è nell’intero Crotonese, una tradizione diffusa quanto antica con origini addirittura pagane. Proprio in questi giorni dell’equinozio di primavera, infatti, prima del Cristianesimo, si svolgevano i baccanali, riti dionisiaci volti alla propiziazione della fertilità e i riti propiziatori di purificazione agraria che si svolgevano il 17 marzo, quando la popolazione festeggiava la fine dell'inverno. Su queste celebrazioni che erano prettamente propiziatorie per gli agricoltori pagani, dal quindicesimo secolo in poi, s' innestò la celebrazione cristiana di San Giuseppe, padre di Gesù, e più volte in fuga, perseguitato e respinto, come raccontano i 'Vangeli Apogrifi' per i torti, anche pesanti, che alle volte il Bambinello faceva agli adulti ed ai suoi coetanei. Proprio per questo, oltre che degli artigiani, San Giuseppe è il protettore dei profughi e dei rifugiati. Da Cirò Marina a Cotronei, da Torretta di Crucoli a Petilia Policastro, 'u Mmitu' o 'Cummitu' di San Giuseppe si svolge un po' ovunque. Il piatto tipico e tradizionale della festa è la 'pasta con i Ceci' accompagnata da 'u vusceddratu' di pane di grano duro accompagnato da un buon bicchiere di vino. Per il rito de 'U Mmitu' la tradizione delle famiglie che stavano economicamente un po' meglio delle altre invitare a pranzo, per la festa di San Giuseppe, delle persone poveretta . Se venivano invitate più persone si faceva attenzione che fra di esse ci fossero un Giuseppe, una Maria ed un Salvatore in ossequio alla Sacra Famiglia. Con l'evolversi del tempo anche la tradizione de 'u Mmitu' si è andata a trasformare. Le famiglie non organizzano più il pranzo di San Giuseppe nelle proprie case, ma unendosi fra di loro nell'organizzazione di tavolate di quartiere in cui alla 'Pasta con i Ceci', che le massaie iniziano a preparare di buon mattino non è più l'unica pietanza a venire distribuita dopo essere benedetta dai sacerdoti. Occhi puntati, quanto meno nelle aspettative della popolazione, sulla processione della ‘Naca’ del Venerdì Santo. Considerata l’imminente fine dello stato di emergenza, secondo alcune voci la processione potrebbe svolgersi ed il desiderio di numerosi fedeli è che sia accompagnata dalle croci del Calvario del secondo venerdì di marzo che non si è potuto svegliare negli ultimi 3 anni e, magari, dalla Reliquia della Sacra Spina. Mai come in questo momento, sia per la pandemia che per i venti di guerra che si registrano sui confini dell’Europa, infatti, anche la popolazione petilina sente la necessità di questi momenti di fede e preghiera che, al di là, del semplice folclore, racchiudono una pluralità di valorialità religiose oltre che di indispensabili momenti di aggregazione, per una socialità che purtroppo è andata a sminuire nel corso degli ultimi anni.

Francesco Rizza

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