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Mete domenicali nel Crotonese: Capo Colonna.



Anche se oggi ne rimane solo una colonna dorica su un promontorio geologicamente fragilissimo, il tempio crotonese di Hera Lacinia fu uno dei più importanti nella Magna Grecia. Era composto da 48 colonne alte 8 metri che già nel 1638 erano rimaste solo due, ma una delle due fu distrutta dal noto terremoto. Il tetto era composto di lastre di marmo pario, mentre l'interno era abbellito da pitture di Zeusi, di statue dei vincitori olimpici, di una colonna d'oro e di alcune tavole bronzee bilingue che raccontavano le gesta di Annibale in questo territorio. Lo stesso tempio, nell'evo magno greco, fu visitato dalla poetessa locrese Nosside che dedicò al Lacinio uno dei suoi epigrammi: "Oh veneranda Hera / tu che spesso volgi lo sguardo / sulla profumata Lacinio / scendendo dal cielo / poni sotto gli occhi / la veste di bisso / che Teufili figlia di Cleuca / e la nobile fanciulla Nosside / hanno intessuto per te". Fra il XVIII e XIX fu una tappa importante importante del 'Grand Tour' venendo visitato fra gli altri da Riedesel, Saint Non, Lenormant e George Gissing. Buona parte dei reperti che non furono trafugati dai millanta tombaroli che si interessano del luogo sacro sono conservati nel Museo archeologico di Crotone. Nell' Evo cristiano, un altro culto al femminile che mise profonde radici sul Lacinio è quello della Madonna di Capo Colonna. Un'antica tradizione contraddetta, però, dalla storia vorrebbe collegare il dipinto a Dionigi Aeropagita che l'avrebbe avuto a sua volta da San Luca e portato da Atene a Crotone quando ne sarebbe diventato vescovo. In realtà, come attestano gli studiosi e, fra gli altri, Angelo Vaccaro, il dipinto è databile al periodo bizantino. La sua realizzazione "deve andare distinta in due fatture diverse e specifiche: dalla testa fino al sommo del petto, col volto del Bambino e l'insieme della sua sagoma, è esplicito fare di un'arte bizantina tardiva. Il resto è forma evidentissima di susseguente rifacimento". Gli storici più recenti ritengono che il dipinto possa essere stato realizzato da Luca Melicuccà (1035 - 1115) primo Vescovo di Isola Capo Rizzuto e già Abate del monastero benedettino che divenne il Duomo di Isola. Confermando tale versione, Vaccaro aggiunge sull'Abate che "il suo biografo, Daniele, conferma che egli aveva particolare devozione della Vergine, Madre di Dio, il che consentirebbe la nostra supposizione. Ed ancora più strano che tutte le Madonne assegnate a costui sono state attribuite poi a San Luca evangelista come si disse di quella di Bologna o quella del Libano di Luca evangelista".

Francesco Rizza

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