Letteratura novecentesca nel Reggino : Repaci, Calogero e Strati.




Quello fra la Provincia di Reggio Calabria e la storia della letteratura italiana è un intenso rapporto che, nelle varie fasi storiche a partire dalla Magna Grecia, ha registrato numerosi autori di fama non solo nazionale. In questo pezzo, vogliamo soffermarci su tre autori del Novecento che, a nostro parere, non hanno avuto tutta l'attenzione che meriterebbero. Il primo di questi è certamente il più noto fu il palnese Leonida Repaci e solo negli ultimi lustri la sua città natale con cui ebbe un rapporto controverso è riuscita a ristrutturare quella "Villa Perosa" che l'Intellettuale le aveva donato. Giornalista, scrittore e scrittore , Repaci meritó un'ampia fama nonostante un "carattere ribelle e bellicoso" che lo vide schierato con quel socialismo che in Calabria ha radici più antiche di quelle che si potrebbe immaginare; affondando le proprie radici nelle idealità di Tommaso Campanella, figlio anch'esso della provincia di Reggio, che fu fra i maggiori filosofi del Rinascimento ed autore della "Città del Sole" in cui è facile riconoscere una repubblica utopista di tipo socialista. Da parte sua, Repaci agli amici raccomandava di non portare alla sua tomba altri fiori oltre che i garofoni. Unica che riuscì in qualche modo a gestire il suo carattere quasi mai domo fu l'amata moglie Albertina. Sanguigni come lui furono i suoi personaggi, particolarmente quelli della saga della famiglia Rupe. Per quanto riguarda il suo rapporto con la propria terra ammetteva di essere convinto che " se non fossi nato in Calabria forse non sarei diventato scrittore". Della la sua Palmi che non gli aveva probabilmente perdonato le lotte socialiste per le quali fu arrestato durante il fascismo, lo stesso Scrittore ebbe a dire che era un "presepe buono" abitato da "pastori malvagi". Eppure, nelle sue opere in cui finiva, inevitabilmente col descriverla, chiamandola chiamava con nomi allegorici come Gràlimi (lacrime) o Sarmura (acqua salata). La riappacificazione fra Palmi e Repaci si registrò negli ultimi anni della sua vita quando la cittadina volle dedicargli la propria "Casa della Cultura" e lui, a distanza di pochi anni, le regalò "Villa Perosa" in cui era a lungo vissuto chiedendo che fosse trasformata in un luogo di cultura, di studio e meta di quanti desiderano conoscere la sua opera e la sua splendida terra, con l’unica condizione che fosse rimasta inalterata, così com’era quando ci abitava con la moglie. Era, invece, nato a Meluccà nel 1910 Lorenzo Calogero. Apparteneva ad una famiglia di possidenti. Intrapresi gli studi di ingegneria, finì col laurearsi in medicina iniziando, però a subire quelle patofobie che lo portarono al suicidio. Conseguita l'abilitazione alla professione di medico nel 1938, iniziò ad esercitare la propria professione sia a Meluccà che in altri Centri della Provincia. il 25 marzo 1961 fu trovato morto nella sua casa. A distanza di pochi giorni dalla sua morte "L'Europa Letteraria" pubblicava alcune sue poesie ed il Vigorelli ebbe a scrivere che il Calogero era "un caso, non soltanto letterario, che sembra inscriversi tra quelli eccelsi di Campana e di Artaud". Si deve comunque al critico letterario Sinisgalli la scoperta della sua poetica ed all'editore Lerici l'edizione postuma delle sue poesie, in tre volumi. Nei "Quaderni di Villa Nuccia", una clinica dove il Calogero fu a lungo ricoverato dopo la morte della mamma che soffrì intensamente, si avverte una intensa realtà di sofferenza e di amore verso una persona. Eppure il poeta era riuscito a superare il distacco, dando vita a un nuovo linguaggio, più chiaro e limpido, con versi di una bellezza che sembra ricalcare il "ritmo magnogreco" calabrese. La critica letteraria che iniziò a guardare con attenzione al Calogero solo dopo la sua morte ritiene di riconoscere nella sua opera un poeta autentico, che con i suoi oltre quindicimila versi è riuscito a regalarci un luogo poema autobiografico che lo collocherebbe in un postermetismo maturo, forse una poesia di transizione fra le esperienze strettamente ermetiche. A Sant' Agata del Bianco, invece, era nato Saverio Strati, contadino e muratore prima che letterato capace di comporre capolavori sulla propria terra in cui fra i primi scrisse di mafia. “Gli scrittori calabresi - diceva lui stesso - non sono scrittori periferici, ma solo scrittori nati in Calabria nelle cui opere c’è qualcosa difficile da spiegare, che fa parte del mondo degli uomini". "Voi lo avete visto - domandava Pasquino Crupi - un giovane muratore, che si mette a studiare e infine diventa un grande scrittore? Ve lo presento io. Si chiama Saverio Strati. Narratori di questa pasta speciale sono rari, come il sole d’inverno. Dovrebbero essere custoditi in una nicchia, come i Santi". Personaggio di tutte le sue opere è il popolo calabrese. Già nel marzo 1954 Strati ammetteva in una lettera all'amico Carmelo Filocamo, che "vent’anni passati con la zappa nelle mani, la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si cancellano così. E non sarà Firenze a cancellarle, né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni grado, di ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi per delle ore, per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso. E quanti massari e massaie e pastori e pastore, e muratori e calzolai e ragazzi e ragazze scalzi e nudi sono dentro di me. E non li vado scovando con la zappetta, ma vengono essi e si offrono e mi dicono: "ed ora tocca a me". A momenti temo che finisca prima che possa dire tutto. Ma se vivrò ancora vent’anni, vedrai che cosa saprà fare lo zappatore della Regalìa". Intenso fino agli ultimi anni della sua vita il rapporto di Strati con la Mondadori con cui nel 1956 pubblica la sua prima raccolta di racconti "La Marchesina". Ne seguirono molti altri che gli meritarono vari riconoscimenti : il Premio Veillon con il romanzo "Tibi e Tascia" nel 1960 il premio Sila con "Il Nodo e Gente in viaggio" , nel 1966; Premio Napoli con "Noi Lazzaroni," nel 1972; Premio Campiello nel ’77 con "Il Selvaggio di Santa Venere. Nonostante questi prestigiosi trascorsi, nel 1991, iniziò verso lo Scrittore calabrese un inspiegabile ostracismo che lo ridusse in povertà tanto che alcuni anni prima di morire dovette mortificarsi a tal punto da richiedere ed ottenere i benefici del sussidio della legge "Bacelli". Il declino, sulle cui motivazioni occorrerebbe far luce a circa 10 anni dalla morte iniziò con il rifiuto del suo editore di sempre, Mondadori, di pubblicare "Melina. Raccolta di racconti" che sarà pubblicato solo ne 2015 dall'editore Piero Mani.

Francesco Rizza

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