"La Sposa" e la medievale censura che unisce la Calabria al Veneto.

Aggiornamento: 23 gen




Certe volte avviene, ma non sempre è positivo. È bastata la fiction di Rai 1 "La Sposa" ad unire due Regioni italiane distantissime, non solo geograficamente, come il Veneto e la Calabria su quell'atteggiamento censorio che non dovrebbe avere nulla da dividere, almeno ai nostri giorni, con le opere d'arte. A ben pensarci, che fosse un libro di quelli che in un luogo Medioevo durato fino al Novecento quando libri venivano messi all'indice o al rogo come le streghe, o si trattasse dei quadri di Picasso che molti denigravano perché non li capivano (o, forse, perché li capivano molto bene) o di un film cambia poco. Nonostante il film estremizzi alcuni preconcetti poco legati con la realtà ed il periodo storico. Perchè, in fondo, se le spose per procura rappresentano un passato molto più lontano, ancora oggi le donne sono più subalterne che altrove in Calabria. Ne volete una prova? Anche per il Novecento da un ventennio passato fatemi, se ci riuscite, il nome di una Calabrese diventata famosa nella letteratura. Ebbene, in Calabria nessuna Matilde Serrao come in Campania o nessuna Grazia Deledda come in Sardegna. Ci deve essere un problema se l'unica donna calabrese di cui si parla nella storia calabrese è Nosside, oppure date per scontato che le donne in Calabria non abbiano avuto e non continuano ad avere ancora oggi predisposizioni con le lettere? Ecco, dunque, che invece che alla miniserie di Giacomo Combiotti ed al campanile becero come sempre occorrerebbe, a mio parere, pensare ad altro. D'altra parte

per chi crede nei valori dell'arte - ricordate "è del poeta il fin la meraviglia: parlo dell'eccellente e non del goffo: chi non sa far stupir, vada alla striglia!" di Giovanbattista Marino? - è inaccettabile anche fuori dai social le critiche, quasi sempre al negativo, che lo stesso film ha prodotto. In fondo, stesso clamore in negativo non hanno avuto negli scorsi anni alcuni film che, sempre ambientati in Calabria o in Sicilia idoladravano la 'ndrangheta, la mafia e finanche Riina e Provenzano. A raccontare oggi, in alcuni paginoni di approfondimento, niente poco di meno de "Il Corriere della Sera" che almeno per l'età, se non fosse il quotidiano della Confindustria, potremmo ritenere fra i più autorevoli. Come i giornalisti di via del Solferino raccontano fra coloro che si si sono infuriati in Veneto contro il film c'è Roberto Caimetti, presidente del Consiglio regionale. "La serie - afferma - è un falso storico che nuoce invece al racconto di una tragedia vissuta da molte italiane: paradossalmente i suoi cliché grotteschi e stereotipati mettono in ridicolo non solo i vicentini o i veneti, ma anche i calabresi e le donne calabresi e chi visse quella stagione". Quasi sulla stessa linea l'ineffabile Nino Spirlì, ex presidente facente funzioni della regione Calabria ed esponente della "Lega con Salvini". A sua detta, i personaggi del film "parlano una strana lingua che non corrisponde a nessuna delle lingue di Calabria. I matrimoni per procura si facevano al limite per terre lontane (Americhe, Australia, Belgio... ). Forse, alcune delle nostre donne sono partite per il Piemonte, o la Valle d’Aosta e la Liguria, dove si erano già installati gruppi di calabresi, ma certamente non per il Veneto, che era regione depressa più della Calabria". Come dire: i matrimoni per procura ci sono stati, ma non verso il Veneto che, come sappiamo tutti, pur se sui Confini nazionali era fra le Regioni italiane economicamente più depresse. Io il film, almeno per il momento, non l'ho visto, ma se la prima puntata è riuscita a produrre tali reazioni, muovendo tali corde, probabilmente lo vedrò. Non affermo, però, a prescindere che mi piacerà perché una tale affermazione avrebbe, a mio parere, la stessa arroganza di chi, non avendolo visto, negli scorsi giorni proponeva ai propri amici sui social di non vederlo.

Francesco Rizza


335 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti