La Sila e la pece del Gariglione. Appunti storici nel Marchesato Crotonese.




La Sila, il gran bosco d`Italia, non fu sempre e soltanto un affascinante ed ameno luogo di vacanza, adatto ad accogliere numerosi turisti sia in inverno con le sue piste innevate che in estate con la frescura dei suoi boschi. Quella della Sila crotonese fu, a lungo, una storia legata a quella dei suoi Centri abitati arroccati come presepi in un Altopiano antropizzato da millenni. Fra le altre cose, furono gli antichi Romani ad accorgersi che i boschi silani avevano nella pece dei suoi Pini una ricchezza utilissima non solo per caleffare le navi e decisero di darle il nome di 'Sylva' riconoscendovi il bosco per antonomasia. Virgilio nella terza 'Georgica' relativamente ai suoi buoi evidenzia come "pascitur in Magna Syla formosa iuvenca. IlIi alternates multa vi proelia muscunt" . Anche in questo scenario si può osservare la differenza che Raffaele Siri fa' tra la Calabria costiera ed il suo Entroterra. "L’opposizione della Calabria dei boschi e la Calabria delle marine non è solo opposizione climatica, disagio di comunicazioni. E’ opposizione viscerale e psicologica, retaggio di storie sepolte ma non rimosse, oscuramente presenti nella matrice della stessa esistenza. Bruttio e Magna Grecia: entità a confini indefinibili”. Ciò che scrive per l'intera Calabria Raffaele Siri è estremamente vero anche per il Marchesato crotonese dove, oltre che dal punto di vista naturalistico la Sila ha sempre avuto una particolare importanza economica oltre che naturalistica. Ai nostri giorni, con i suoi 73.695 ettari, il Parco Nazionale della Sila è una delle tre aree naturali calabresi e nel Crotonese comprende ampi territori boscati dei comuni di Savelli, Cotronei, Petilia Policastro e Mesoraca. Istituito con legge 344 del 1997 ha avuto l'avvio definitivo delle sue attività, grazie al decreto del presidente della Repubblica del 14 novembre del 2002. Nello stesso Parco, fra le province di Catanzaro e Crotone ecco il suo monte più alto della Sila Piccola: il Gariglione che, nonostante gli antichi dell'uomo subiti nei secoli è ancora oggi l'area fatata più integra e selvaggia dell'intero Altopiano della Sila, con paesaggi meravigliosi degni delle fitte e oscure foreste del nord Europa. Appartennne direttamente alla monarchica dei Borboni fino al XIX prima di passare al Banco di Napoli e, nel 1911, alla ditta tedesca Huelsberg. Espropriata dal demanio come bene di suddito ex nemico, fu venduta all'Azienda di Stato per le Foreste Demaniali nel 1924. Ecotipo principale del Gariglione è l'abete bianco per la quale è stata istituita nel 1977 la 'Riserva Naturale Biogenetica del Gariglione'. Poco antropizzato da sempre, è scenario di storie e fatti leggendari. Per esempio, in località 'Malarotta' nel territorio montano di Petilia Policastro si sarebbe svolta nel 71 avanti Cristo la battaglia finale della 'Guerra Servile' dovuta alla rivoluzione di Spartaco. Così attestano Appiano e Plutarco mentre lo storico Paolo Orosio ritiene che la stessa battaglia avvenne 'ad caput Sylaris fluminis' nell'antica Lucania. Il legame della Sila fu considerato sempre pregiato. Basta pensare che fonti storiche attestano, per esempio, che provennero proprio dall'Altopiano calabrese le travi per la realizzazione nell'evo longobardo delle travi per la realizzazione delle maggiori basiliche romane. In tempi più recenti, un'altra attività economica della Sila crotonese fu quella dei 'Carvunari'. In alta quota, per la produzione dei carboni, si preferiva il legname di Faggio, di Cerro, di Castagno mentre, a quota più bassa, si preferiva il Leccio ed il Rovello. A prescindere dal legno utilizzato, quella della produzione del carbone era una arte vera e propria. In un'area piana, scelto il centro di quella che sarebbe diventata la carbonaia erano piantati 3 pali di legno lunghi da 2 a 3 metri. Intorno a questi si metteva dapprima il legname più grosso e quindi quello più sottile facendo attenzione a lasciare libero un foro centrale per fare uscire il fumo. Quando la catasta era completata, prima di darle fuoco, veniva coperta con erba e terra per rallentare la combustione del legname che durava alcuni giorni. Una storia a parte, pure nel Marchesato di Crotone, è quella della lavorazione della pece approfondita, fra gli altri, dallo storico Pino Rende che in un proprio saggio osserva come la produzione della pece silana, per le grosse quantità prodotte era prevalentemente esportata. "Ciò - osserva Rende - giusfifica l'antica importanza della 'via que solebat ire homines Mesorace ad terras Castellarum et ad terra Tacine' ed il ruolo che gli scali portuali di Le Castella e Tacina ebbero durante il Medioevo. A favore di questo commercio giovava anche il fatto che sia la pece che la deda erano merci facilmente movimentabili utilizzando barili trasportati da carovane di asini" Lo storico aggiunge che " Nei primi anni del Cinquecento, ad esempio la deda riposta in barilium, risulta tra le merci che giungevano a le Castella e che, relativamente al diritto di dogana, pagavano al baulo di queste terra grana due per 'ogni bestia portante unam summam'. La deda era anche soggetta al pagamento del diritto di catapania, rativamentr al quale il baulo di Le Castella esigeva un mazzo del valore di un tornese dividendo a metà l'introito con il sindaco. Ancora alla metà del Settecento, la richiesta locale di barili giustificava la presenza in Policastro di ben otto maestri barillari che con la loro attività, oltre a fornere i recipienti per altri usi, assicuravano anche quelli necessari al trasporto della pece. Attraverso le informazioni del catasto onciario di Policastro". Rende aggiunge, inoltre, che "attraverso le informazioni del catasto onciario di Policastro apprendiamo che quest'arte era esercitata principalmente dai componenti della famiglia Mannarino, anche se si segnalano impegnati nei lavoro dei barili pure alcuni membri della famiglia Comberiati o Commeriati. Sfogliando le rileve troviamo Giovanni Mannarino mastro barillari di anni 60, con il figlio Vincenzo di anni 27 anch'egli mastro barillaro, anncanto agli altri maestri barillari Giovanni Mannarino di anni 50, Andrea Mannarino di anni 45, Antonio Mannarino detto 'Arianca' di anni 43 e Domenico Mannarino di anni 42. Accanto a loro figurano poi i maestri ba2 Gaetano Comberiati di anni 30 e Bruno Comberiati di anni 25".


Francesco Rizza


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