Il Gariglione, la pece, il brigante policastrese Panegrano.




"L’opposizione della Calabria dei boschi e la Calabria delle marine non è solo opposizione climatica, disagio di comunicazioni. E’ opposizione viscerale e psicologica, retaggio di storie sepolte ma non rimosse, oscuramente presenti nella matrice della stessa esistenza. Bruttio e Magna Grecia: entità a confini indefinibili”. Ciò che scrive per l'intera Calabria Raffaele Siri è estremamente vero anche per il Marchesato crotonese dove, oltre che dal punto di vista naturalistico la Sila ha sempre avuto una particolare importanza economica oltre che naturalistica. Ai nostri giorni, con i suoi 73.695 ettari, il Parco Nazionale della Sila è una delle tre aree naturali calabresi e nel Crotonese comprende ampi territori boscati dei comuni di Savelli, Cotronei, Petilia Policastro e Mesoraca. Istituito con legge 344 del 1997 ha avuto l'avvio definitivo delle sue attività, grazie al decreto del presidente della Repubblica del 14 novembre del 2002. Nello stesso Parco, fra le province di Catanzaro e Crotone ecco il suo monte più alto della Sila Piccola: il Gariglione che, nonostante gli antichi dell'uomo subiti nei secoli è ancora oggi l'area fatata più integra e selvaggia dell'intero Altopiano della Sila, con paesaggi meravigliosi degni delle fitte e oscure foreste del nord Europa. Appartennne direttamente alla monarchica dei Borboni fino al XIX prima di passare al Banco di Napoli e, nel 1911, alla ditta tedesca Huelsberg. Espropriata dal demanio come bene di suddito ex nemico, fu venduta all'Azienda di Stato per le Foreste Demaniali nel 1924. Ecotipo principale del Gariglione è l'abete bianco per la quale è stata istituita nel 1977 la 'Riserva Naturale Biogenetica del Gariglione'. Poco antropizzato da sempre, è scenario di storie e fatti leggendari. Per esempio, in località 'Malarotta' nel territorio montano di Petilia Policastro si sarebbe svolta nel 71 avanti Cristo la battaglia finale della 'Guerra Servile' dovuta alla rivoluzione di Spartaco. Così attestano Appiano e Plutarco mentre lo storico Paolo Orosio ritiene che la stessa battaglia avvenne 'ad caput Sylaris fluminis' nell'antica Lucania. Il legame della Sila fu considerato sempre pregiato. Basta pensare che fonti storiche attestano, per esempio, che provennero proprio dall'Altopiano calabrese le travi per la realizzazione nell'evo longobardo delle travi per la realizzazione delle maggiori basiliche romane. In tempi più recenti, un'altra attività economica della Sila crotonese fu quella dei 'Carvunari'. In alta quota, per la produzione dei carboni, si preferiva il legname di Faggio, di Cerro, di Castagno mentre, a quota più bassa, si preferiva il Leccio ed il Rovello. A prescindere dal legno utilizzato, quella della produzione del carbone era una arte vera e propria. In un'area piana, scelto il centro di quella che sarebbe diventata la carbonaia erano piantati 3 pali di legno lunghi da 2 a 3 metri. Intorno a questi si metteva dapprima il legname più grosso e quindi quello più sottile facendo attenzione a lasciare libero un foro centrale per fare uscire il fumo. Quando la catasta era completata, prima di darle fuoco, veniva coperta con erba e terra per rallentare. La combustione del legname durava alcuni giorni. Una storia a parte, pure nel Marchesato di Crotone, è quella della lavorazione della pece approfondita, fra gli altri, dallo storico Pino Rende che in un proprio saggio osserva come la produzione della pece silana, per le grosse quantità prodotte era prevalentemente esportata. "Ciò - osserva Rende - giusfifica l'antica importanza della 'via que solebat ire homines Mesorace ad terras Castellarum et ad terra Tacine' ed il ruolo che gli scali portuali di Le Castella e Tacina ebbero durante il Medioevo. A favore di questo commercio giovava anche il fatto che sia la pece che la deda erano merci facilmente movimentabili utilizzando barili trasportati da carovane di asini". Lo storico aggiunge che " Nei primi anni del Cinquecento, ad esempio la deda riposta in barilium, risulta tra le merci che giungevano. LE Castella e che, relativamente al diritto di dogana, pagavano al baulo di queste terra grana due per 'ogni bestia portante unam summam'. La deda era anche soggetta al pagamento del diritto di catapania, rativamentr al quale il baulo di Le Castella esigeva un mazzo del valore di un torinese dividendo a metà l'introito con il sindaco. Ancora alla metà del Settecento, la richiesta locale di barili giustificava la presenza in Policastro di ben otto maestri barillari che con la loro attività, oltre a fornere i recipienti per altri usi, assicuravano anche quelli necessari al trasporto della pece. Attraverso le informazioni del catasto onciario di Policastro". Rende aggiunge, inoltre, che "attraverso le informazioni le informazioni del catasto onciario di Policastro apprendiamo che quest'arte era esercitata era esercitata principalmente dai componenti della famiglia Mannarino, anche se si segnalano impegnati nei lavoro dei barili pure alcuni membri della famiglia Comberiati o Commeriati. Sfogliando le rileve troviamo Giovanni Mannarino mastro barillari di anni 60, con il figlio Vincenzo di anni 27 anch'egli mastro barillaro, anncanto agli altri maestri barillari Giovanni Mannarino di anni 50, Andrea Mannarino di anni 45, Antonio Mannarino detto 'Arianca' di anni 43 e Domenico Mannarino di anni 42. Accanto a loro figurano poi i maestri ba2 Gaetano Comberiati di anni 30 e Bruno Comberiati di anni 25". Nel periodo post unitario, anche la Sila policastrese fu interessata dal brigantaggio. Personaggio più noto nello scenario policastrese il capo banda Vincenzo Scalise conosciuto col soprannome di 'Panegrano' che il 18 agosto 1863 fu ucciso da Rosario Scordamaglia. Quali gli antefatti del suo omicidio? Nei giorni precedenti, Antonio Scordamaglia detto 'du vrazzu' a Pagliarelle aveva insediato Maria Stumpo, detta 'Marietta Cucchiara' che era una delle amanti di Panegrano che, per vendita nei pressi di località 'Vaccarizzo' aveva ucciso lo Scordamaglia. A distanza di alcuni giorni, Rosario Scordamaglia volle organizzare a Pagliarelle un banchetto riparatore proprio presso l'abitazione della Stumpo. Scalise, finito di pranzare si recò in località 'Iannello' forse per prendere aria dopo i solazzi del pranzo e la' fu ucciso da Rosario Scordamaglia e Leonardo Spinelli che si era appositamente appostato. A qualche giorno di distanza, fu ucciso Giuseppe Piccolo della banda di Panegrano che avrebbe voluto vendicare il proprio capo. Appresa la notizia della morte di Scalise, arrivarono 50 guardie guidate da don Pier Vincenzo Ferrari. La testa del capo brigante che, era stata mozzata dallo Scordamaglia, fu posta su un palo e portata a Policastro dove restò lungamente posta in una gabbia ed esposta su un alto Olmo nei pressi dell'attuale palazzo Castagnino. Fu proprio questo truce avvenimento a concludere la fase del brigantaggio nella cittadina del Marchesato crotonese. Lo stesso brigantaggio, sia nel 1806 che nel 1848, avevano insediato addirittura i Francescani del convento santuario della Sacra Spina. Entrambe le volte la preziosa Reliquia fu scesa nel Centro cittadino e conservata nel palazzo vescovile nei pressi della chiesa parrocchiale della Madonna Annunziata. A conferma di questa notizia, è datata il 22 gennaio 1849 una lettera al sindaco Giovanni Rosa con cui il francescano frate Agostino chiedeva il ritorno della Sacra Spina al suo convento, essendo cessati "i timori dei latitanti, i quali se nutrivano sentimenti perniciosi a danno di qualche claustrale, rispettarono sempre e venerarono la Sacra Reliquia. Di più la Comunità religiosa, stando fuori dal chiostro, soffriva nella disciplina e negli interessi".

Francesco Rizza

84 visualizzazioni0 commenti