Il brigantaggio nel Marchesato Crotonese: Alcuni cenni storici.




Quella del brigantaggio fu una lunga storia nell'intera Calabria e nel Marchesato Crotonese che ha le proprie origini nel Medioevo, nel quale si contrapposte al latifondismo ed alle prepotenze barorali. A contrastare l'egemonia degli stessi signorotti provarono, dopo la rivolta dei baroni del 1486 gli Aragonesi che iniziarono a spodestarli, sostituendoli con membri della famiglia reale nella speranza che questo facesse cessare ogni forma di sopruso. Contemporaneamente, a Crotone si registrò una sorta di rinascita economica, grazie fra l'altro alla ricostruzione del porto ed al rientro di non poche persone che erano state bandite durante il dominio angioino. Con la venuta degli Spagnoli nel Regno di Napoli, anche don Pedro Toledo, responsabile della Calabria per la Corte partenopea provò a frenare i baroni, obbligando ad allontanarsi dalle proprie baronie, ma consentendo loro che le loro gabelle fossero riscosse attraverso alcuni notai. Le problematiche per le fasce deboli della popolazione, in conseguenza di ciò, invece di diminuire aumentarono perché il più delle volte, alla prepotenza dei baroni si sommò quella dei notai. Fu così che già a partire dal 1500 il brigantaggio iniziò a furoreggiare anche nel Crotonese, anche se la loro attività fu cruenta particolarmente fra il 1799 ed il 1822 e fra il 1860 ed il 1870 quando, se l'unificazione nazionale era avvenuta, le problematiche per le genti del Sud non erano terminate.

Spigolando fra i documenti del tempo, la Corte Marziale delle tre Calabrie il 3 gennaio 1822 condannò a morire un brigante catturato ad Isola di Capo Rizzuto: Giuseppe Greco, oriundo di Pietrafitta. "Il giorno 28 del prossimo passato mese di decembre - si legge nel verbale del processo - mentre stava travagliando in un uliveto all'Isola, Provincia di Calabria Ultra seconda, fu assalito da Domenico Muti, accompagnato d'altri suoi parenti, fu preso, e seco condotto in una casetta, denominata Sant'Anna, sulla strada di Cotrone, e la mattina seguente fu portato in Santa Domenica, avendo pernottato nella Mandra di proprietà di esso Muti, ed indi nella difesa denominata Pasquale, e da colà il giorno due Gennajo fu condotto nelle carceri di Cosenza. Il Presidente dietro il riassunto della causa, ha proposto le questioni seguenti. Il nominato Giuseppe Greco di Pietrafitta, costa che sia quell'istesso, che fu iscritto nella lista di fuorbando, pubblicata dalla Commissione Provinciale di Calabria Citeriore, in data de' 31 ottobre del passato spirato anno? L'identità della sua persona è stata riconosciuta, a norma dell'articolo 13 della cennata legge? La Corte Marziale del Ripartimento - si aggiunge - dichiara ad unanimità, che costa l'iscrizione dell'imputato in detta lista di fuorbando, e costa altresì l'identità della di lui persona. Fatta la dichiarazione della sua reità, il Presidente ha interpellata la Corte Marziale, se crede di applicarsi al fuorbandito Giuseppe Greco la pena di morte, stabilita nell'articolo 4 del Real Decreto de' 30 Agosto spirato anno 1821". Per quanto riguarda la città di Crotone, in una delibera approvata dalla Civica Assise il 18 luglio 1870 si evidenzia come " nella corrente stagione le mandrie di bestiame pecorino, cavallino e vaccino che formano la principale branca dell'industria del nostro Circondario, sogliono pascolare nella Sila, ove hanno abbondanza di acqua e si saturano di erba verde, per ritornare ai nostri pascoli nel prossimo mese di novembre. Quella località - si aggiunge - è ora infesta di orde di briganti, le quali seguendo il metro usato taglieggiano i proprietari imponendo grosse somme di danaro, oggetti preziosi e di vestiario, pena la uccisione totale della mandria, per come negli scorsi giorni è avvenuto al Sig. Verga di Policastro, il quale non ottemperando alle comminatorie impostegli, ha sperimentata 1'ira brigantesca con l'uccisione di circa dugento capi di bestiame vaccino, ciò che gli ha prodotto un danno di oltre trenta migliaia di lire".






Stando così le cose, il Consiglio "ad unanimità delibera farsi istanza al Governo del re perché energicamente provveda alla tutela della proprietà e della vita di migliaia di cittadini, abbattendo la pianta brigantesca che diventa gigante, minaccia sconvolgere ogni ordine sociale. Faculta ancora il Sig. Sindaco a far tutte quelle pratiche che crede utili allo scopo tanto presso il Ministro direttamente che presso le Autorità locali, cui subordinerà inoltre il presente deliberato. Dietro la debita lettura il soprascritto verbale si approva e sottoscrive". PIntorno al 1848, momenti di tensione si registrarono a San Giovanni in Fiore ed a Campana e nella stessa Crotone. In un rapporto dell'Intendente di Cosenza del maggio 1848, al Ministero dell'Interno, si evidenzia come "a suon di tamburo ed usando contro taluno anche violenze, riuniva il rivoltoso Sindaco di Campana, Nicola Ausilio, una quantità di popolo, nella maggior parte armato, e con bandiera spiegata occupava un fondo di tal Todaro. Espulso costui usurpavansi quel territorio, ove impiantata la bandiera, commettevano diversi guasti e danneggiamenti del valore di ducati 65. In Campana - aggiunge la relazione - si nota il tentativo di liberalizzare il moto contadino: lo indica la bandiera tricolore, quella stessa bandiera con la quale il popolo di San Giovanni in Fiore andava entusiasticamente incontro al Commissario Barletta, che per ordine della autorità si recava in Sila a staccare la quarta parte delle difese, per darla in coltivazione ai contadini nullatenenti". Il commissario Barletta aggiunge : "lungo il cammino la folla ingrossava ed il numero dei miserabili era di migliaia. Più centinaia di donne con la bandiera tricolore si incontravano non lungi dall'abitato. Erano avvolte in laceri panni, erano l'immagine stessa della povertà. Tutti gridavano: Viva la Costituzione, Viva l'Italia, ma tutti dimandavano terre da coltivare e pane. Era il quadro doloroso cui la prepotenza e l'avarizia degli occupatori della Sila avevano ridotto i contadini che qui ascendono a dodicimila". Ancora nel 1848, furono condannati per attentati contro lo Stato, furono condannati per attentati contro la sicurezza dello Stato don Clemente Botta, sacerdote di Pallagorio, di anni 34 a ventiquattro anni di "ferri", Giuseppe Campana di Zinga, ad anni diciassette, mentre venivano assolti Salvatore Mancini di anni 37, bracciante di San Giovanni in Fiore e Saverio Ammirati di anni 50, cretaiuolo di San Nicola dell'Alto. In un proprio saggio edito in archiviocrotonese.it, Francesco Placo osserva come "la Calabria era già stata interessata dall’avanzata garibaldina ela profonda spaccatura tra monarchia borbonica e borghesia liberale appariva insanabile. Buona parte delle famiglie nobili appoggiava pubblicamente l’annessione, andando anche contro alle indicazioni espresse dalla chiesa. A Crotone una delle famiglie più attive in tal senso fu quella dei Barracco che finanziò con 10.000 ducati la spedizione dei mille e respinse, in più occasioni, le onorificenze – anche economiche – attribuitegli da Ferdinando II. Nella provincia crotonese si votò in massa per l’annessione, e nel capoluogo venne proclamato “sindaco di transizione” Gaetano Cosentini, che rimarrà in carica fino alla proclamazione del Regno d’Italia l’anno successivo.La transizione però - si aggiunge - non fu indolore, e nonostante l’alto numero di voti per l’annessione si registrarono diversi scontri e manifestazioni a sostegno di Francesco II e del Regno". Lo stesso aggiunge che solo nella città crotonese si sommarono quatto episodi così elencati: “Cotrone. Carattere reazionario e politico assunto dal brigantaggio nel distretto. Segnalazione fatta dal sottogovernatore al governatore. Nota del governatore. 1 dic. 1860; Cotrone. Sollevazione di circa 4000 falciatori, che minacciano saccheggi ed assassini in nome di Francesco II. Rapporto del Comandante generale dei Carabinieri di Napoli sul brigantaggio in Calabria. Napoli, 2 luglio 1861; Provincia di Calabria Ulteriore II. Cotrone. Banda di 160 'briganti ed accaniti reazionari' , 'con bandiera bianca spiegata ed al suono del tamburo, andavano gridando viva Francesco II, morte ai Piemontesi' .Scontro con un reggimento di fanteria. Rapporto dell’ispettore generale del corpo dei carabinieri di Napoli. 13 luglio 1861; Provincia di Calabria Citeriore. Cotrone". Ma i briganti furono solo dei criminali, come la Legge Pica avrebbe voluto far credere allo Stato nascente? "Una prova della religiosità e della devozione dei briganti verso le immagini votive - scrive Vincenzo Falcone in www.vincenzofalcone.it - si rileva in una lettera datata 8 agosto 1863, nella quale il brigante Vincenzo Scalisedetto 'Pane di Grano' - minaccia i galantuomini di Petilia Policastro, un paesino in provincia di Crotone, ai quali intima di trasferire la statua della Madonna nel Romitorio, perché “Lei non è stata mai molestata e la gente che vi è andata in preghiera si è mossa con grande sicurezza e non è stata molestata e né verrà molestata da alcuno. Se non portate la madonna al romitorio vi bruso (vi brucio) le vostre robe (il casino, vacche e pecore) e con un battero (un fiammifero) vi rovino e la dovete portare in processione”. E nel 1864, Vincenzo Padula osservava: "Finora avemmo briganti, ora abbiamo il brigantaggio; e tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non gli ajuta, quando si ruba per vivere, e morire con la pancia piena; e vi ha brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo, allorquando questo lo ajuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni. Or noi siamo nella condizione del Brigantaggio […]. Il Brigantaggio imbaldanzito dice al popolo: "Garibaldi" vi promise carne e pane, e vi tradì; Vittorio Emanuele vi giurò di farvi felici e non attenne le promesse: seguite dunque noi. E il popolo è coi briganti; vale a dire, il popolo che una volta fu per Garibaldi, pel Re, per l’ordine, per l’emancipazione d’Italia, ora è per la vergogna di Italia, pel disordine, pel saccheggio. Come cademmo così basso? Chi alimenta l’audacia dei briganti, ed assicura loro il dominio dei boschi? Noi non temiamo di dirlo”.

Francesco Rizza







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