... Era l'8 marzo del 1832. Una pagina storica policastrese.




Alle falde della Sila, il santuario della Sacra Spina è uno dei luoghi di fede più antichi della Provincia. Sorto prima dell'anno 1000 fu un rifugio di Monaci calabro greci, secondo altri Certosini, passando successivamente ai Francescani Minori. Conosciuto anticamente sotto i titoli di 'Santa Maria Eremitana' e di 'Santa Maria dei Frati' cambiò denominazione a partire dal 1523, quando alla comunità dei Frati fu donata da di mons. Dionisio Sacco arcivescovo di Reims e confessore della corte di Francia ed una Sacra Spina della corona di Cristo ottenuta dalla regina

Giovanna De Valois. Appuntamento annuale di fede che raccoglie ogni anno centinaia di fedeli è il 'Calvario' del secondo venerdì di marzo quando Petilia ricorda il terremoto dell'8 marzo 1832. Era l'1,15, secondo venerdì del mese, quando la terra tremò nella Calabria mediana. Bastarono 11, interminabili, secondi per provocare paura, morte e distruzione nel Crotonese. 60 morti (sindaco compreso) a Cutro, 34 a Roccabernarda, 29 a Petilia Policastro, 8 a Santa Severina, 17 a Mesoraca, 13 a Marcedusa, 10 a Rocca di Neto, 8 a Scandale, 1 ad Isola Capo Rizzuto. Con questo rosario di morti, l’ingegnere Vincenzo Colosimo relazionò, presso la Corte partenopea, le conseguenze di quei tragici momenti nel Marchesato. A Petilia Policastro, che allora contava circa 5000 abitanti, i danni furono ingenti: un intero quartiere popolare, a nord del centro abitato, fu inghiottito dalla terra. Le conseguenze di quel terremoto durarono a lungo nella stessa cittadina dove, ancora negli anni ’20 del Novecento, i terremotati abitarono in alcune baracche di legno fatte costruire dall’ Amministrazione comunale. Non è un caso dunque che, oggi come ieri, nell’immaginario collettivo petilino, l’8 marzo non sia prevalentemente, la festa della donna ma un momento di memoria collettiva. Capita così che, ancora oggi, al tramonto, sui davanzali delle finestre e dei balconi vengono accesi dei lumini. Sfogliando i registri delle tre storiche parrocchie petiline è stato possibile arrivare all’elenco completo dei 29 morti di quei tremendi momenti. Nel 'Liber mortorum' della parrocchia di san Nicola pontefice, stilato dall’arciprete don Nicola Luchetta, i morti 'terremotarum flagello' furono13: Caterina, Agata e Lucrezia Scandale, appartenenti alla stessa famiglia, la ventenne Agnese Migliano, il trentaseienne Vincenzo Paterino con le figliolette Anna e Santa, Maria Giuseppa Cervino di appena sei anni, il settantacinquenne Gioacchino Iaquinta da San Giovanni in Fiore, la settantenne Caterina Rizza, Tarquinio e Serafina Zappa, ed il settantottenne Domenico De Vittorio. Nei registri della parrocchia della SS.ma Annunziata, stilati anch’essi da don Nicola Luchetta, si registrarono due soli morti: Francesco Aceto e Domenico Scordio. Quattordici, invece, furono, i morti registrati nel 'Liber mortorum' della parrocchia di Santa Maria maggiore. Dalla trascrizione del parroco don Vito Madia, apprendiamo che appartenevano a tale parrocchia Teresa Carvelli, Rosaria Cavallo, il piccolo Nicola Castagnino, Francesco Comberiati, Angela Curto, Vincenzina Greco, Serafina Guzzo, Angela Luchetta, Sebastiano Perri, Rosa Pipino, Giovanni Rosa, Serafina Rizza, Teresa Scaccia e Serafina Zappa. Fu proprio allora, 190 anni fa, che a Petilia fu istituita la processione del secondo venerdì di marzo che, purtroppo, a causa del covid neppure quest’anno potrà svolgersi mentre è in svolgimento la novena di preghiera a cura della Comunità delle 5 Pietre che da qualche mese si è presa cura del Santuario. Mentre si è in attesa che dopo circa 20 siano terminati i lavori del restauro del soffitto, qualcuno nelle scorse settimane si è scandalizzato che l’Amministrazione comunale abbia fatto richiesta al Governo di un contributo per la rievocazione storica del Calvario. Dimentica, probabilmente, che l’appuntamento di fede policastrese non è una rappresentazione teatrale, ma qualcosa di molto di più, un appuntamento di fede e preghiera per il quale non solo arrivano fedeli anche dai Comuni limitrofi, ma forse è l’unico momento dell’anno in cui la popolazione riesce ad unirsi fisicamente e spiritualmente in sentimenti comuni. La processione parte dalla chiesa di San Francesco da Paola, raggiunge il santuario della sacra Spina. Il corteo è guidato dai 'Battistrada' nel tipico abito di quella che fu l’Arciconfraternita del SS.mo Sacramento: tunica bianca, mozzetta rossa sulle spalle e fascia trasversale verde sul petto. Seguono 11 fedeli, rappresentanti gli 'Apostoli' che rimasero fedeli al Cristo. Sono vestiti in tunica e cappuccio viola, portano una croce sulle spalle ed una corona di spine sul capo. Due di loro affiancano il 'Cristo': un

Alle falde della Sila, il santuario della Sacra Spina è uno dei luoghi di fede più antichi della Provincia. Sorto prima dell'anno 1000 fu un rifugio di Monaci calabro greci, secondo altri Certosini, passando successivamente ai Francescani Minori. Conosciuto anticamente sotto i titoli di 'Santa Maria Eremitana' e di 'Santa Maria dei Frati' cambiò denominazione a partire dal 1523, quando alla comunità dei Frati fu donata da di mons. Dionisio Sacco arcivescovo di Reims e confessore della corte di Francia ed una Sacra Spina della corona di Cristo ottenuta dalla regina Giovanna De Valois. Appuntamento annuale di fede che raccoglie ogni anno centinaia di fedeli è il 'Calvario' del secondo venerdì di marzo quando Petilia ricorda il terremoto dell'8 marzo 1832. Era l'1,15, secondo venerdì del mese, quando la terra tremò nella Calabria mediana. Bastarono 11, interminabili, secondi per provocare paura, morte e distruzione nel Crotonese. 60 morti (sindaco compreso) a Cutro, 34 a Roccabernarda, 29 a Petilia Policastro, 8 a Santa Severina, 17 a Mesoraca, 13 a Marcedusa, 10 a Rocca di Neto, 8 a Scandale, 1 ad Isola Capo Rizzuto. Con questo rosario di morti, l’ingegnere Vincenzo Colosimo relazionò, presso la Corte partenopea, le conseguenze di quei tragici momenti nel Marchesato. A Petilia Policastro, che allora contava circa 5000 abitanti, i danni furono ingenti: un intero quartiere popolare, a nord del centro abitato, fu inghiottito dalla terra. Le conseguenze di quel terremoto durarono a lungo nella stessa cittadina dove, ancora negli anni ’20 del Novecento, i terremotati abitarono in alcune baracche di legno fatte costruire dall’ Amministrazione comunale. Non è un caso dunque che, oggi come ieri, nell’immaginario collettivo petilino, l’8 marzo non sia prevalentemente, la festa della donna ma un momento di memoria collettiva. Capita così che, ancora oggi, al tramonto, sui davanzali delle finestre e dei balconi vengono accesi dei lumini. Sfogliando i registri delle tre storiche parrocchie petiline è stato possibile arrivare all’elenco completo dei 29 morti di quei tremendi momenti. Nel 'Liber mortorum' della parrocchia di san Nicola pontefice, stilato dall’arciprete don Nicola Luchetta, i morti 'terremotarum flagello' furono13: Caterina, Agata e Lucrezia Scandale, appartenenti alla stessa famiglia, la ventenne Agnese Migliano, il trentaseienne Vincenzo Paterino con le figliolette Anna e Santa, Maria Giuseppa Cervino di appena sei anni, il settantacinquenne Gioacchino Iaquinta da San Giovanni in Fiore, la settantenne Caterina Rizza, Tarquinio e Serafina Zappa, ed il settantottenne Domenico De Vittorio. Nei registri della parrocchia della SS.ma Annunziata, stilati anch’essi da don Nicola Luchetta, si registrarono due soli morti: Francesco Aceto e Domenico Scordio. Quattordici, invece, furono, i morti registrati nel 'Liber mortorum' della parrocchia di Santa Maria maggiore. Dalla trascrizione del parroco don Vito Madia, apprendiamo che appartenevano a tale parrocchia Teresa Carvelli, Rosaria Cavallo, il piccolo Nicola Castagnino, Francesco Comberiati, Angela Curto, Vincenzina Greco, Serafina Guzzo, Angela Luchetta, Sebastiano Perri, Rosa Pipino, Giovanni Rosa, Serafina Rizza, Teresa Scaccia e Serafina Zappa. Fu proprio allora, 190 anni fa, che a Petilia fu istituita la processione del secondo venerdì di marzo che, purtroppo, a causa del covid neppure quest’anno potrà svolgersi mentre è in svolgimento la novena di preghiera a cura della Comunità delle 5 Pietre che da qualche mese si è presa cura del Santuario. Mentre si è in attesa che dopo circa 20 siano terminati i lavori del restauro del soffitto, qualcuno nelle scorse settimane si è scandalizzato che l’Amministrazione comunale abbia fatto richiesta al Governo di un contributo per la rievocazione storica del Calvario. Dimentica, probabilmente, che l’appuntamento di fede policastrese non è una rappresentazione teatrale, ma qualcosa di molto di più, un appuntamento di fede e preghiera per il quale non solo arrivano fedeli anche dai Comuni limitrofi, ma forse è l’unico momento dell’anno in cui la popolazione riesce ad unirsi fisicamente e spiritualmente in sentimenti comuni. La processione parte dalla chiesa di San Francesco da Paola, raggiunge il santuario della sacra Spina. Il corteo è guidato dai 'Battistrada' nel tipico abito di quella che fu l’Arciconfraternita del SS.mo Sacramento: tunica bianca, mozzetta rossa sulle spalle e fascia trasversale verde sul petto. Seguono 11 fedeli, rappresentanti gli 'Apostoli' che rimasero fedeli al Cristo. Sono vestiti in tunica e cappuccio viola, portano una croce sulle spalle ed una corona di spine sul capo. Due di loro affiancano il 'Cristo': un fedele che indossa una tunica ed un cappuccio rosso, con una corona di spine sul capo ed una pesante croce sulle spalle. Lo segue il dodicesimo degli Apostoli, Giuda' , anch’egli vestito con il cappuccio e la tunica viola. Toccherà a lui, dopo di ciascuna delle pause in cui sono commemorate le stazioni della Via crucis, tirare tre colpi di catena sulla croce del Cristo, per annunciare che occorre riprendere il cammino. Altri personaggi che sono stati, recentemente aggiunti, sono i 'Soldati romani', il 'Cireneo', la 'Veronica' e la'Madonna' , affiancata da un coro di pie donne. Alle ultime case del quartiere di Paternise, la processione si scioglie ed i fedeli continuano il tortuoso percorso che li porterà al santuario. E’ proprio l’ ultimo tratto del tragitto ad essere il più faticoso. La strada dapprima scende nella valle del fiume Soleo sino all’antico ponte in pietra e, quindi, risale nell’alto versante della valle dove è posto il Santuario. A poche centinaia di metri dallo stesso, la processione si ricompone ed è seguita da una solenne celebrazione eucaristica. La santa messa è, dunque, seguita da un altro breve percorso verso l’oratorio: una piccola cappella a poche centinaia di metri dal santuario. Per questo breve tratto, i vari personaggi della rappresentazione sacra sono accompagnati dalla Reliquia con cui è benedetto il paese. Alle prime ombre del tramonto l’itinerario di fede si ricompone per ritornare a Petilia, attraversando le strade che non aveva percorso nella mattinata. L’appuntamento del secondo venerdì di marzo è preceduto da un novenario di preparazione. Per nove giorni consecutivi, infatti, i fedeli raggiungono il santuario per ascoltarvi la santa Messa e recitare le litanie. Fra questi nove giorni di preparazione ed il pellegrinaggio vero e proprio, se la fede verso la sacra Spina è sempre la stessa, è lo stato d’animo dei fedeli a cambiare. Mentre, infatti, quella del secondo venerdì di marzo è una partecipazione corale accompagnata dalla commemorazione della Via crucis e da vari canti; quella al novenario è una partecipazione più intima e personale. I fedeli, infatti, salgono al santuario alla spicciolata. Ognuno con il proprio passo, la propria storia ed i propri voti da deporre ai piedi dell’altare.

Francesco Rizza


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