Dalla storia alla neurologia ed alla sociologia, il femminicidio secondo Alberto Fico.

Aggiornamento: 14 gen




Nell’ascoltare le continue notizie su femminicidi, sento i soliti tentativi di comprendere le motivazioni che inducono una persona a commettere tali atti. Ritengo che sia utile, ampliare la riflessione su di un tema poco trattato e poco considerato, ma studiato da validi professionisti, esprimendo il mio pensiero, spero, in modo succinto. E’ noto che sin dall’antichità, l’istituto famigliare abbia subito numerosi attacchi, sia ideologici, sia consuetudinari; da Platone a Sparta, da Bentham agli ideologi del fascismo e del nazismo, la famiglia è stata intesa come uno strumento utile allo Stato, sia per l’economia, sia per la Patria. Chi ne ha subito le conseguenze, nella sua dignità umana e sociale, è stata sempre la donna, vista solo come “allevatrice”, o come “fattrice”, per partorire e dare allo Stato figli sani, primieramente maschi, per combattere e disposti a dare la vita alla Patria, o per realizzare una razza pura che, nel futuro, avrebbe dovuto governare tutte le altre, considerate inferiori. Questa visione utilitaristica dura ancora oggi; pur sotto la propaganda delle conquiste sociali e libertarie, la donna è usata come oggetto pubblicitario o cinematografico, possibilmente svestita per attrarre maggiormente l’attenzione sulla merce pubblicizzata.. A tale proposito è utile considerare una forma della mente umana che tanti studiosi, psicologi e neuro psichiatri, stanno studiando e approfondendo, nella fattispecie della pornodipendenza.. In genere, tale dipendenza è volta alla dipendenza della pornografia cinematografica, ma il bombardamento di immagini derivanti dalla pubblicità sui giornali, o sui vari canali televisivi, crea una identica situazione di dipendenza, allo stesso modo della droga anche se assunta in piccole dosi, che proviamo a spiegare tramite le conclusioni cui sono giunti grandi professionisti. La dottoressa Valerie Voon, Principal Investigator, Neuropsichiatra e Medical Research Council Senior Clinical Fellow presso il Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Cambridge, ha condotto studi su persone dipendenti dalle immagini pornografiche ed è giunta alle seguenti conclusioni: Nel nostro cervello esiste un neuro trasmettitore endogeno chiamato “dopamina”, che è anche conosciuto come “l’ormone del piacere”, che ci guida alla motivazione e alla ricerca del piacere; la dopamina svolge la funzione di un barometro, cioè misura il valore di un’esperienza, suggerendo cosa approcciare e dove focalizzare la nostra attenzione, suggerisce cosa ricordare aiutando a cablare il nostro cervello fino a che esso non ne è pieno e ha bisogno di svuotarsi, per cui la dopamina dà un segnale a una molecola “delta fos-pi” che chiude in un angolo del nostro cervello tali immagini per cui la nostra personalità, il modo di pensare e agire ne è condizionato in modo esponenziale. Tale esperienza neuropsicologica, porta l’individuo a calamitare la propria attenzione sulle immagini che provocano il senso del piacere distorcendone la realtà; tutto ciò ha innumerevoli riflessi nella vita sociale e di coppia, in quanto l’individuo cerca di trovare nel reale quella stessa soddisfazione virtuale offerta dalle immagini prodotte, per cui si isola dagli amici e dagli affetti della famiglia, cercando di realizzare quello stesso piacere che è presente solo nella sua mente; non soddisfatto, la persona cade nella depressione, nell’insicurezza e reagisce con atti di violenza anche grave. Proviamo a fare degli esempi delle immagini pubblicitarie di cui siamo bombardati quotidianamente; tutti abbiamo visto in televisione una bella donna bionda che esce dall’acqua del mare, dai lineamenti perfetti, resi ancora più attraenti dalla tecnologia digitale, col seno nudo, sensuale, eroticamente desiderabile; si avvicina ad un uomo fisicamente muscoloso e gli offre la bottiglia della birra fredda, poi pensiamo alle frasi della pubblicità: “prendimi, sarà la tua birra”; oppure la stessa scena, con variazioni, ma sempre con la donna desiderabile, si presenta per il gelato. Pensiamo anche alla cartellonistica: una donna dal seno nudo, seduta sulle proprie gambe e il pube nascosto da un orologio; oppure, ancora, il profumo per uomo: il maschio bello e tartarugato, la donna di spalle che si appoggia all’uomo “forte”, ma di schiena, ovviamente nuda. E’ evidente che nella nostra corteccia cerebrale si formano immagini virtuali che connettono la donna con l’oggetto pubblicizzato; l’eros che attrae grazie al nudo sempre presente. Ecco che, allora, la figura della donna, da essere umano, da individuo concreto, ma non perfetto come le immagini, che vive in una società concreta di uomini che conservano immagini in una certa parte del cervello, diventa essa stessa merce, individuata con l’altra merce messa in vendita, in quanto oggetto che soddisfa la morbosità umana; quindi, in quanto oggetto se non soddisfa le aspettative dell’immaginario mentale, è vista come merce che può essere buttata, ma anche violentata, peggio ancora, uccisa. Così la donna, madre e lavoratrice, portatrice di diritti individuali e valori universali, più che essere difesa nelle necessità concrete che l’attuale crisi di valori e identità le pone in maniera più stringente, i distrattori di massa la utilizzano, in nome di idee libertarie, che nulla hanno a che fare con la sua dignità umana e i bisogni attuali, la unisce indissolubilmente alle necessità concrete dell’intera società di massa e mercificata. Guardiamo, dunque, alla donna come soggetto portatrice di diritti individuali e valori universali, con una propria dignità umana, morale, sociale ed etica.

Alberto Fico


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