C'era una volta la So. Fo. Me. (prima puntata).




Capisco che scrivere di imprese, di politica economica e di cose collegate in questi tempi di pandemia nei quali, oltre che purtroppo la vita di tanti, va scomparendo proprio il lavoro, specie nel Sud, e si comincia a pensare che proprio l’impresa e il lavoro, oltre che l’esistenza, cambieranno e tutto sarà nuovo e imprevedibile; capisco che può apparire fatica inutile e priva di senso; tuttavia ripensare al passato, scriverne la storia resta sempre l’unico strumento che abbiamo per capire il presente e indovinare, tracciare almeno le prime linee del futuro. Infatti, come scrivevano Luis Sepulveda, Montanelli e grandi storici come Giorgio Rumi parlando del Meridione, un “popolo senza memoria è un popolo senza futuro”. E Paolo Mieli in L’arma della memoria aggiungeva che “L’onesto uso della memoria è il più valido antidoto all’imbarbarimento”. E allora mi permetto di scrivere ancora qualcosa sulla storia e sulla memoria del nostra città, Petilia Policastro, per non restare un barbaro senza memoria e parte di un popolo senza futuro.

Parlare a Petilia Policastro della So.Fo.Me. (Società Forestale Meridionale, o per il Mezzogiorno, come si preferisce scrivere oggi) non è cosa né semplice né facile, non trovi ancora quasi nessuno disposto a fare ormai un ragionamento storicamente sereno e non più ideologico. I giovani non sanno e non capiscono più ormai di che cosa esattamente si parli e sono orientati per lo più a lasciare il proprio paese per trovare fortuna in altri luoghi in Italia o in Europa e tra gli anziani, i politici e gli intellettuali di antica e nostalgica formazione o votati, appunto per ottenere voti e conquistare e mantenere il potere, a sfruttare il pensiero politicamente corretto, ancora oggi si tende a parlare di imprenditoria fascista, di indegno sfruttamento delle risorse silane e della manodopera, soprattutto delle donne. Cose tutte storicamente inattendibili. Sostiene Ettore Gotti Tedeschi (giusto per fare un esempio, ognuno poi troverà il o i suoi autori di riferimento. Non ne mancano, e di ogni orientamento, che arrivano a sostenere però l’identico concetto, da Paolo Mieli a Marcello Veneziani, a Paolo Flores D’Arcais, a Diego Fusaro e Jonathan Friedman), presentando il suo libro Contro il Politicamente Corretto - la deriva della civiltà occidentale”, che «Il pensiero politicamente cor­retto si limita troppo spesso a disprezzare e dileggiare … e a portare una infinità di tesi politica­mente corrette a sostegno di una economia moralmen­te autonoma, di fatto nichilista, nei suoi valori fonda­ti esclusivamente sul supposto funzionamento di leggi economiche applicate secondo coscienza [la propria: faccio quel che voglio]. Cercherò di mettere in discussione questo pensiero politicamen­te corretto, partendo dal presupposto che ogni visione o convincimento morale produce determinati risulta­ti economici, così come ogni azione economica produ­ce conseguenze di carattere morale. Ma cercherò di di­mostrare che è bene conoscere proprio le cause morali di una crisi economica e non occuparsi solo delle sue conseguenze morali. Altrimenti si sbaglierà la diagnosi e conseguentemente la prognosi, peggiorando la situa­zione di crisi. Cercherò anche di spiegare che l’origine della miseria materiale, sociale, politica ecc. è sempre la miseria morale, perciò il volerlo ignorare, come fa il pensiero politicamente corretto, è pericoloso. […] il politica­mente corretto è, per definizione, una specie di “truf­fa” imposta dal potere dominante. […] Oggi c’è confusione tra cosa è bene e male perché c’è un pensiero politicamente corretto molto potente, per­sino tollerato dall’autorità morale, che confonde cause ed effetti. Ciò giustifica il sospetto che il politicamente corretto celi un programma politico di un certo potere pericoloso» [finanziario e tecnologico teso a controllare perfino il pensiero e i movimenti di ciascuno, n.d.r.]. È un “pensiero” che sta facendo smarrire soprattutto i giovani che non sanno più che pesci pigliare per conquistare un (improbabile) posto al sole se non quello di aderire al politically correct e ad arrivare persino alle manifestazioni di piazza violente contro chi si oppone ad una tale “correttezza” (“oppio” lo definisce persino Paolo Flores D’Arcais, “pluralità delle censure e delle inquisizioni”, “logica di una società progressivamente ghettizzata”, in cui invale un “conformismo radicato”, una “identità coatta” spacciata per “differenza radicale”; una “protezione onerosa” il cui vessillo è il conformismo …” (rivista MicroMega, ottobre 2018). Chi, in effetti, aveva capito tutto, e fin dagli Anni ’60, è stato lo studioso e accademico polacco Zygmunt Bauman, che col concetto di “Società liquida”, chiaramente poi descritto tra gli Anni ’90 e 2000 («La modernità è la convinzione "che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza"»), aveva colto i termini della contemporaneità. Perfino Umberto Eco, noto “distruttore” di valori conservatori, dovette riconoscere, in un’intervista al Quotidiano nel 2017, che il concetto di 'modernità o società liquida', descrive con assoluta verità il fatto che “Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto … e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo”. La modernità liquida, per dirla con le parole del sociologo polacco, è “la convinzione che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza”.

Ma la Storia, almeno quando è intesa come ricerca della verità, difficilmente si lascia imbrigliare dai vari tentativi, che, e non da ora, nel corso delle vicende umane si sono tentati per camuffarla, imbrigliarla, farla dimenticare, stravolgerla per piegarla agli interessi del momento, all’affermazione di sé e della propria parte per la conquista e conservare il potere.

La So.Fo.Me. come società di taglio e utilizzazione degli alberi silani trova le sue origini nel 1907 – quindi ben 15 anni prima dell’avvento del Fascismo e 17 anni prima dell’assassinio di Matteotti, le cui vicende trasformeranno il governo Mussolini, fino ad allora e subito dopo sempre alla ricerca di alleanze con altri partiti e gruppi parlamentari, in regime dittatoriale. Fu il Governo Giolitti III, a vendere una parte del Gariglione, fino a Differenze, alla Ditta austro-tedesca Rüping (alcuni scrivono Rueping) per il taglio del bosco. E Giolitti era un politico liberale, appartenuto fino ad almeno il 1896 alla Sinistra storica, non certo un uomo dei Fasci; anzi, rimase all’opposizione del governo Mussolini. La prima guerra mondiale congela l’operazione del taglio e alla fine di quel conflitto, presidenti del Consiglio in quella fase Vittorio Emanuele Orlando del Partito Liberale e Francesco Saverio Nitti del Partito Radicale, punto di riferimento dell’Estrema Sinistra storica, la ditta viene liquidata con una forte somma di denaro e solo dopo un Bando pubblico, durato fra vari distinguo e sospensioni, il taglio se lo aggiudica nel 1925 la So.Fo.Me. – che però inizia ad operare compiutamente, dopo la realizzazione delle infrastrutture, tra il 1927/28 – ditta appartenente a famiglie altolocate del nord, il cui impegno boschivo era iniziato ben prima del Fascismo e ancor prima che il Fascismo divenisse dittatura, portando ricchezza nel Meridione, mentre nel resto d’Italia, per le nefaste conseguenze della prima guerra mondiale, imperversavano povertà, contraddizioni, lotte disperate per la sopravvivenza e disordini. Si capirà, a questo punto, che la So.Fo.Me. col fascismo c’entra come i cavoli a merenda. Eppure la giunta partigiana, guidata prima da Luigi Comberiati e poi dal Commissario prefettizio Tommaso Vallone sciolgono la convenzione con la Ditta, mandando sul lastrico migliaia di operai tra Petilia (con Pagliarelle e Foresta), Mesoraca, Cerva, Petronà, Sersale, Taverna, a voler considerare solo il nostro comprensorio, ma in effetti anche sino a Buonvicino (l’Associazione Skidros documenta che la stessa ditta Rueping ha svolto la propria attività di taglio dei boschi anche in questo comune), Crotone, Corigliano, Rossano, Verzino, Cotronei, Cropani e sino a Catanzaro e al corso inferiore dei fiumi Soleo e Savuto. Non si può tralasciare che il monte Gariglione appartiene alla provincia di Catanzaro, ossia a Taverna. «Nel 1924, ad opera di una ditta francese, la Petite, nacque a Catanzaro Lido una fabbrica, la Ledoga, per la produzione del tannino prodotto dal legname di castagno o di querce proveniente dall’altipiano silano. Ma anche in provincia di Cosenza, a San Vincenzo La Costa e Montalto, nei primi del Novecento, erano attive altre due fabbriche di tannino. E il tannino, era ed è indispensabile nella produzione farmaceutica, poiché ha un’azione astringente, antidiarroica, antinfiammatoria e antibatterica e trovano anche impiego in molti preparati ad uso cosmetico: nelle creme per il trattamento di problemi acneici e negli shampoo per ridurre la formazione di forfora» (Domenico Puntillo Fame Di Sud).

Lascio allora alla riflessione dei lettori e degli uditori di quante imprese e posti di lavoro, di quanta ricchezza siano stati mandati al macero con la disdetta della convenzione con la So.Fo.Me., creando solo disperazione, povertà e biblica emigrazione in una fascia enorme del territorio calabrese. I dirigenti aziendali, Menarini e Franciosi, tentarono, sotto altro nome, di mante­nere in vita l'azienda, ma non ci fu nulla da fare, e così i due impresari furono costretti ad andarsene. In verità, ed è la riflessione che ci ha lasciati sempre sorpresi, a noi sembra che mai i politici policastresi, liberali, radicali, fascisti, di Sinistra (PSI e PCdI) che fossero, si siano mai interessati davvero dello sviluppo e del lavoro della loro città e del comprensorio. Basti pensare, per esempio, al fatto che nessun partito, nessuna personalità politica, nessuna Amministrazione si è mai interessato a promuovere un’industria del mobile (tuttora inesistente in Calabria) o, chessò, a promuovere il turismo nella nostra Sila, i cui luoghi lasciano incantati ancora oggi chi, venendo da altre regioni, vi si reca casualmente, per averne in qualche modo sentito parlare. E stiamo parlando dell’Altopiano più vasto e importante d’Europa. Le cose non cambiarono di certo nel secondo dopoguerra, anzi, come abbiamo accennato sopra peggiorarono fino allo stremo. Eppure sarebbe bastato, vincendo gli egoismi di potere, studiare un po’ di storia e, costruendo il presente, proiettarsi nel futuro per far diventare il territorio policastrese un prezioso gioiello italiano ed europeo. «Già Dionigi di Alicarnasso era stato fra i primi a farci sapere che la regione montuosa chiamata Sila era ricca di piante che vennero utilizzate per costruire case e navi; che gli alberi posti lontano dal mare e dai fiumi, tagliati in pezzi, furono utilizzati per la produzione di doghe, remi, pali, per costruire e costituire la flotta navale. Il legno della Sila venne utilizzato anche per costruire i solai della Basilica di San Pietro e Paolo in Roma e, come riportato dal Liber Pontificalis di Papa Sergio II (687-701), anche per la ricostruzione della Basilica romana di San Paolo fuori le Mura. Sempre con gli alberi della Sila si ricostruì la Basilica romana di San Lorenzo fuori le Mura. Nel Settecento fu usato il legname della Sila anche per la costruzione della Reggia di Caserta. C’è da ricordare anche che il tetto della Basilica di San Giovanni in Laterano, distrutta dall’incendio del 5 e 6 maggio dell’anno 1308, fu ricostruito con travi provenienti dalla Calabria. Anche per i lavori di costruzione del duomo di Napoli si era attinto al patrimonio forestale della Calabria. Ancora dai boschi del Castrum Mercurii (Orsomarso) del Giustizierato della Valle del Crati e Terra Giordana furono estratte le travi per il tetto della Basilica di Santa Chiara di Napoli (Domenico Puntillo Fame Di Sud; Maria Raffaella Caroselli, La reggia di Caserta: lavori, costo, effetti della costruzione. Milano, Giuffrè, 1968. Antonio Gianfrotta. Manoscritti di Luigi Vanvitelli nell’archivio della Reggia di Caserta 1752 – 1773. Pubblicazione degli Archivi di Stato. Fonti XXX. Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, 2000. Mario Gaglione. Lignamina necessaria de Calabria ferenda. Interventi angioini per la ricostruzione di San Giovanni in Laterano (1308). Archivio della Società Romana di Storia Patria).

Luigi Capozza


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