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Alcuni miracoli attributi alla Sacra Spina di Petilia Policastro.



Nel corso dei secoli, furono numerosi i miracoli attributi dai Policastresi alla Sacra Spina. Per elencarne alcuni mi sono affidato a ciò che ne hanno scritto padre Antonio Mannarino, nella cui "Cronica" di cui cade in questo 2023 il terzo centenario dalla stampa, e mons. Domenico Sisca nel suo saggio sulla storia di Petilia Policastro. Proprio in un capitolo del suo libro, il Mannarino ha descritto alcuni miracoli attribuiti alla Sacra Spina di Petilia Policastro. "Il maggior prodigio - scrive il Frate - avviene ogn'anno nel mese di marzo tante fiate quanti sono i venerdì: mentre quel sangue non vidi vi è più pregiato, m'assai più miracoloso in Policastro come in Napoli il decantato San Gennaro, adorasi liquefatto, rubicondo e fresco, come se in quel momento volesse gocciolare dalla Spina. Di questo classico e di primo genere miracolo n'è conosciuta la fama in tutta Italia". Nel prosieguo della propria opera, il Mannarino riporta il testo di un manoscritto del 1588 in cui vengono riportati alcuni stralci del verbale del processo fatto dall'allora Arcivescovo di Santa Severina alla Reliquia aggiungendo un elenco dei miracoli attributi alla Sacra Spina. "Un Cristiano d'assai lungo paese ma di Calavria per nome Pietro - annota - mentre che si trovava schiavo fra i Barbari tripolitani, predato insieme con altri nelle nostre Maremme dove quei maledetti corsari solgono per ogni anno in tempo della raccolta e della trebiatura delle biade e dei grani nell'orto spogliare gli abitatori le patrie e vedovare le case, avendo osservato dei nostri Padri il nostro gran convento che in scoprir al mar d'Oriente vicino alle Castella d'Annibale e Capo Colonna per 24 miglia di lontananza apertamente di lontananza si vede, appena lo scoprì, genuflesso piangente raccomandandosi con efficacia e valor di costrizione alla Santissima Spina, accionchè pungesse il cuor dei suoi congiunti ad aggevolargli la libertà cosicché rivoltosi ancor a quelli, per forza e maggior fede alla protezione medesima, non avendo forze per il riscatto, onde non per avarizia ma per l'impotenza, veniva da loro abbandonato in quel piccolo inferno". Lo storico racconta che lo stesso prigioniero, miracolosamente, liberato raggiunse il Convento policastrese ancora legato ad una "lunga e grossa catena di 30 e più maglie" e là lasciò la catena che al tempo del Mannarino si poteva ancora vedere. Un certo San Nicastro da Mesoraca, aggiunge il Mannarino, "preso e legato da 5 demoni che sembravano ladroni fu tolto loro dagli occhi abbagliati da quel sommo splendore della Spina accorsa per salvare il suo devoto che diceva, forse, 'eripe me da manum inimicorum meorum', mentre ch'essi emulando il mal talento e la perfidia di quei spiriti d'inferno o di quei pazzi Titani mossero guerra al cielo". "Questa reina delle Reliquie - aggiunge il Mannarino - come che dipendente da una Corona serva di mallovalore che a quei Paesani, ma a tutti i Popoli circonvicini, sicchè in ogni loro estremo bisogno possono ricavarne da così libera maniera i tesori più mirabili delle grazie celesti con l'esporla su l'altare e talvolta si stringesse per urgenza col trasportarla processionalmente, in distanza di due migliaia, a quella sua Città (...). In tal caso, stà in obbligo di corrispondere sopra l'altare le spese a quella delle luminarie che primariamente non era men di 500 libre di cera lavorate e la riceva Convento innanzi, con tre solenni e giurati istrumenti, il primo sulla soglia di quella sua Chiesa, il secondo sul ponte ed il terzo nella porta del Castello". "Nell'anno 1656 - aggiunge il Frate - cominciando la peste dal capo della Provincia mentre s'ingrassassero con le migliaia di cadaveri nella città di Cosenza e Casali, Policastro seben per l'ampio suo territorio della parte montana confinasse con quello Paese in fatto punto al contagio con la Spina intinta nel sangue fatale della nostra salute, meglio che nel favoloso sangue dell'Idra le quadrelle d'Ercole, lo tenne indietro per sin che si estinse quel contagioso anetema che da banchetti e sepolcri privava i mortali". Già per il suo tempo, padre Mannarino attesta la fama della Reliquia si era diffusa "tanto che i Principi più lontani di Calabria mandavano ricchi voti per grazie ricevute e pur anco i Prelati, tra i quali mons. Tommaso di Monti vescovo di Crotone fece due lampade d'argento in ricevimento di grazia. Perciò vi è cresciuta vera la divozione, una perdonanza di guida fiera e famosa ". Ricordando alcuni fatti prodigiosi collegati alla Sacra Spina, mons. Domenico Sisca nel proprio saggio , fra le altre cose, cita il ritrovamento del cannello della Reliquia. "Questo - scrive - essendo di oro massiccio, attirò la cupidigia di un ignoto malfattore che lo rubò e lo vendette ad un orefice di Catanzaro. Costui parecchie volte aveva tentato, ma invano, di fonderlo ed ecco che un giorno un signore di Policastro, don Marcello Amendolara, entrò nella sua officina per rinnovare l'argenteria. Per caso vide il cannello, lo riconobbe e disse del furto: l'orefice catanzarese onestamente lo restituì senza pretendere alcuna rivalsa". Nel 1638 un tremendo terremoto distrusse molte case ed abitazioni civili, ma pare che grazie alla Sacra Spina si ebbe una sola vittima. Nel 1647, aggiunge mons. Sisca, al tempo delle rivolte di Masaniello si ebbero vari scontri anche a Policastro, ma quando la Reliquia fu scesa nella Cittadina bastò solo questo per riappacificare le parti contrapposte. "Spesso - aggiunge il Sacerdote - si è ricorso alla Sacra Spina per implorare la grazia della pioggia: cosi negli anni 1673, 1689, 1694, 1705, 1714, 1720 fino ai nostri giorni (ricordo la siccità del 1913). Altre volte, invece, si rincorse alla supplica in Paese per far cessare la pioggia (1888, 1906). In tutti questi avvenimenti è la manifestazione collettiva della folla che impone la processione della Reliquia in Paese. Il popolo è avvisato la sera precedente col suono di un campanello; la mattina, per tempo, i fedeli accorrono al Santuario e, dopo la celebrazione della Messa, si snoda per scoscesi sentieri la processione di penitenza. Nei tempi passati il cerimoniale era complicato e, direi, coreografico. Gli uomini, con la corda al collo e una corona di spine in testa, seguivano la Croce; il corteo si formava sulla porta della Chiesa e la Sacra Spina era portata dai Religiosi; poi si fermava sul ponte del Soleo e la Reliquia veniva presa in consegna dal Clero secolare; la terza fermata era fatta alla porta del Castello. In tutte e tre le fermate si dava lettura di un pubblico strumento col quale la cittadinanza si obbligava alla spesa della cera e per quanto potesse occorre per le funzioni nella chiesa dell'Annunziata; di più si prendeva l'impegno di restituire il secondo giorno la Sacra Spina ai Padri francescani". Un altro miracolo trascritto da mons. Sisca avvenne nel giugno del 1865 alla presenza di mons. Annibale Montalcini arcivescovo di Santa Severina che, come altri Presuli santaseverinesi, trascorreva l'estate a Policastro. Lo stesso Vescovo così verbalizza: "le dirotte piogge minacciavano la prossima abbondante raccolta, in Policastro la classe che più sentiva il bisogno era quella dei mastri (operai). Questi con calde lacrime mi chiesero di andare processionalmente in abito di penitenza nel Santuario dove si venera una Santissima Spina della Corona di Nostro Signore Gesù Cristo. Volentieri accordai il permesso, accompagnando colle mie preghiere la commovente processione diretta da degni Sacerdoti. Giunti al Santuario si espone la Sacra Reliquia, si celebra il Santo Sacrificio e indi si procede alla solita benedizione delle sottoposte campagne. La Sacra Reliquia è riposta in Ostensorio d'argento ed è ferma su base d'oro. Nell'atto della benedizione si osserva dalla maggior parte degli astanti genuflessi che la Sacra Spina si ripiega a sinistra e, per maggior consolazione, si vede il sangue quasi spumante ricoprire la Sacra Spina dalla base alla sommità. La moltitudine attesta il miracolo. Otto deposizioni giurate si sono ricevute e si conservano nell'archivio della Curia. Al primo miracolo succede il secondo. Non appena si seppe, tutta la popolazione di Policastro domanda che qui si portasse la Reliquia (...). Nell'indomani la serenità era perfetta: cominciarono i bisognosi a falciare e la calma tornò nel cuore di ognuno. Restò tre giorni la Sacra Reliquia all'adozione dei cittadini non solo, ma dalle vicine popolazioni ancora. In attestato di gratitudine un Ostensorio si sta' costruendo per riprovi con più decenza la Sacra Reliquia. A questo oggetto ho mandato un sacerdote a mie spese nella Capitale (Napoli) per attendere al lavoro e due lampade di argento anche a mie spese si stanno costruendo per situarle innanzi alla custodia dove si conserva la Sacra Spina".

Francesco Rizza






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