Alcune nobildonne policastresi nei versi di Vincenzo Padula.




Nacque ad Acri il 25 marzo 1819, in una famiglia della buona borghesia, dal medico Carlo Maria Padula e Mariangela Caterina Vincenzo Padula, sacerdote, poeta, intellettuale ed autore di numerosi saggi con cui, per la prima volta nell' evo moderno la Calabria fu guartata dal punto di vista antropologico. Appena ordinato Sacerdote fu nominato insegnante nel seminario di San Marco Argentano dove si era formato. Oltre che la letteratura, il suo vero impegno fu quello sociale che lo vide impegnato nelle lotte risorgimentali per annettere anche il Mezzogiorno a quel sogno che fu, per tanti Calabresi, l'Italia unita. Proprio per questo, nel 1845, lasciò il seminario per dedicarsi al giornalismo partecipando, assieme a un gruppo di giovani amici calabresi antiborbonici radunati attorno a Domenico Mauro, al vivace dibattito che precedette la rivoluzione del 1848. Iniziò cosi un tormentato periodo della sua biografia che non si conclude neppure dopo la nascita dello Stato italiano, nei confronti del quale fu critico per le numerose aspettative tradite. Nel corso del suo peregrinare, il Padula fu ospite di Policastro. "Ricercato dalla polizia borbonica - scrive mons. Domenico Sisca nel suo saggio sulla storia petilina - a causa dei suoi sentimenti liberali, viveva ritirato, quasi riparato dalla chiostra dei monti e come il suo conterraneo il prof. Nestore Chidichimo, fu l'aio di casa Vallone, il Nostro fu precettore privato nella famiglia pdel cavalier Pietro Antonio Ferrari". Come ricorda mons. Sisca, in una delle serate dell'inverno 1852, Padula improvvisò una lirica di 42 ottave non tutte conservate in onore delle nobildonne policastresi. Ne trascriviamo alcuni versi. Oltre che sull'abile verseggiare del Sacerdote acrese, infatti, le sue strofe sono sintomatiche delle varie famiglie provenienti da altri centri del Crotonese che in quegli anni vivevano a Policastro. "O nobil Petilia, a me che cale / se un Filottete ti fondò le mura, / onde ad Annibal poscia il trionfale / corso arrestati, impavida e sicura? / D'ogni antica gloria assai più vale / di queste belle donne la figura. / Amor, pingiamile insieme e stammi accanto / di spie e birri qui non temo il canto". La prima ad essere descritta è la signora Conidi, originaria di Squillace e sposa di Domenico Portiglia: "Sono azzurri i tuoi rai come quel mare / di cui le tue primiere aure bevesti / indi pudore, indi umiltà traspare / e in chi ti mira riverenza desti; / amor tu desti, e pur dov' è chi osare / possa dirti : io v'amo occhi celesti? / A te dinnanzi rispettoso abbassa / mia Musa il guardo, ti saluta e passa". Seguono le descrizioni delle sorelle crotonesi Luigia e Peppina Messina di Crotone, che avevano spostato due cugini policastresi: Nicola e Giuseppe Madia:"Ma innanzi a te s'arresta, o di Cotone/ nobile sangue, amabil Messina, /o crudele, o crudele! A qual tenzone / di noi tu esponi l'anima meschina? / Perché il braccio nudar che al paragone / vince qualunque pietra alabastrina? Quel braccio, neve al guardo, e foco al tatto / che sul tornio d'amor aimè! Fu fatto. (...).Da lei vicina lei vien la sorella /spigliata come salice piangente; /mesta, main sua mestizia appar più bella / qual l'estrema del giorno ormai cadente; / celeste, armonia ha la favella / come di rivo murmure corrente; / come la voce d'invisibil spirto / il qual sospira tra le rose e il mirto". Segue, nei versi di Padula, la descrizione di Luisa Raimondi che, nata a Cutro, aveva sposato Titta Vallone: "Or chi è collegi che stassi immobil, muta /nè prende della danza alcun parte? Ossequioso, Amor l'orme ne fiuta /ei che ha le mille grazie intorno e sparte / su le Naro ritorte e sull'acuta / vetta del labbro con mirabil arte /vedesi balzar lampo fugace / di sua malizia, che seduce e piace". Ecco, infine, le descrizioni delle sorelle 'Portiglielle' così dette per distinguerle da altre, più nobili, cugine: "Bettina è l'una: a ogni anima gentile / ben più dell'ostro della rosa, è grato /della viola il brun, gloria d'aprile, / simbolo di modestia, occhio del prato (...). Marianna è l'altra. Guarda! E già ti afferra / col guardo e ti solleva in strana guisa, / ride, ed insieme con lei ride la terra, /e d'aria e cielo e mar s'imparadisa (...)".

Francesco Rizza

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